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PAOLO RUFFINI

«L’arte non deve essere rassicurante»

Intervista all’artista in tournée con due spettacoli e prossimamente al cinema e in TV.

Molti lo conoscono per i ruoli comici. Paolo Ruffini ci ha totalmente conquistati con “Up&Down”, sia a teatro che al cinema. Il progetto nasce dalla collaborazione con la Compagnia Mayor Von Frinzius, composta da oltre novanta attori, metà dei quali disabili e che da oltre vent’anni opera su Livorno sotto la direzione di Lamberto Giannini. Ci auguriamo che quest’intervista possa essere l’occasione per farvi toccare ancor più la sua sensibilità.

di Maria Lucia Tangorra

Sul piano professionale, come ti ha cambiato l’incontro con questi ragazzi disabili?

Io credo che questo sia un film con loro e non su di loro. Noi abbiamo un sentire che collima, rendendoci molto vicini. Quest’esperienza mi ha aperto a una nuova sensibilità. La spudoratezza che loro hanno di fronte a una macchina da presa o sul palco è sicuramente qualcosa di innato ed è un talento che tanti altri attori non hanno. Sono abilissimi nel dire le bugie e questo li rende degli attori perfetti perché non sono mai falsi; inoltre hanno una connotazione fisica per cui sono immediatamente riconoscibili, sembra quasi che indossino una maschera della commedia dell’arte spontanea. Ho appena compiuto 40 anni e inevitabilmente inizio a essere utilizzabile in altri ruoli, tant’è vero che nel 2019 uscirà il primo film in cui sono papà e non più figlio.

Come si possono abbattere le barriere, anche mentali?

È complesso. Molto spesso ne demoliamo alcune e parallelamente ne costruiamo di nuove. Nel caso specifico, il primo muro è costituito dal riuscire a portare la gente al cinema e poi spesso la sindrome di down è abbinata a concetti di tristezza e afflizione. Ci stiamo abituando a una fruizione talmente comoda e noiosa che non vogliamo fare fatica in nulla, tanto più magari a pensare di andare a vedere un film con disabili. Siamo in un momento storico in cui probabilmente il pubblico non si ha voglia di pensare.

Come si possono scardinare questi pregiudizi?

Cercando di portare avanti una comunicazione totalmente diversa, andando in luoghi ultra-pop, abitati da persone che hanno voglia di avere un tipo di accoglienza senza schemi mentali. Bisogna impegnarsi a far capire che la disabilità può essere anche allegra e non è semplice far passare questo messaggio.

Quanto è stato difficile proporti attraverso questo aspetto più impegnato?

È come col cinema, io vedo tutti i film di grandi autori e loro magari non vedono i miei.

Ritieni che ciò avvenga perché non colgono un tuo aspetto?

Forse non gli interessa. A me piace tutto il cinema, invece un determinato tipo di cinema autoriale guarda soltanto se stesso. L’occhio della critica italiana è sempre stato molto poco indulgente verso chi faceva il pop. Siamo continuamente stati un Paese che nei confronti del leggero ha avuto diffidenza.

C’è una corda che non ti è stato ancora permesso di far emergere?

Senz’altro. Ad esempio mi sento molto più un interprete drammatico.

«Non è mostruoso che un attore, soltanto per finzione, nient’altro che in un sogno di passione, possa piegare l’anima a un concetto», scriveva Shakespeare in “Amleto”. Pensando a questa parole, come vivi tu la recitazione?

Apprezzo molto Shakespeare perché lui faceva dei “cinepanettoni”, era un autore di storie semplici, per il popolo. Credo scegliesse attori quasi alla maniera di Pasolini. Il vero attore, per come lo intendo io, non è una persona che deve aver necessariamente studiato molto. Chaplin e Sordi non erano degli accademici. La recitazione non è un sistema matematico.

In “Sogno di una notte di mezza estate”, per la regia di Massimiliano Bruno, interpreti Puck. Che tipo di caratterizzazione gli hai dato?

Molto down, lento, indolente, crea scompiglio e si diverte e poi instaura un rapporto col pubblico che mi piace. A teatro sfondo sempre la quarta parete e mi ha entusiasmato vedere che Shakespeare fosse disubbidiente, dando uno schiaffo a tutti i benpensanti decidendo di parlargli vis à vis.

Come ti rapporti con lo spettatore che ha paura di chi sfonda la quarta parete?

È un suo problema [ovviamente lo dice con rispetto parlando nda]. Non so se tra trecento anni ci sarà ancora Facebook, ma il teatro esisterà ancora. Se si chiede a un ragazzo quale arte vorrebbe, questi risponderebbe: un’arte interattiva, dove posso toccare l’attore. Bisognerebbe ricordarsi che esiste il teatro, invece stiamo chiusi in casa a giocare alla playstation. L’uomo non potrà mai inventare qualcosa di più urgente del teatro.

Puck viene definito «infingardo, onesto e mai bugiardo». Prossimamente sarai al cinema con “Bugiardi” di Volfango De Biasi. Qual è il tuo rapporto con la bugia?

È stupendo. Non ha senso dirsi tutto, quando ciò accade è finita. La bugia è la favola, il cinema è la bugia. Non sono mai stato uno che è andato a tirare la barba a Babbo Natale. Se la realtà la si racconta con occhio documentaristico, divenendo così una bella risorsa, mi interessa; la verità mi annoia, invece, non ha attrattiva.

Qual è il limite da non oltrepassare?

Il limite è dato dal far male o meno a qualcuno.

E rispetto alla “finzione” sul palco?

Non c’è, il teatro deve essere anche aggressivo così come il cinema. L’arte non deve essere rassicurante.

Hai scritto un libro in cui emerge il tuo lato nostalgico, adesso cosa ti manca di più?

La comicità di una volta. Oggi è totalmente appianata, molto edulcorata. Capita su Facebook di trovare dei video che ti fanno ridere in un minuto e mezzo, quasi ci fosse il bisogno di mangiare in fretta la comicità e si fa più fatica a trovarla al cinema. In più, in nome di un buongusto, c’è meno libertà. Mi manca la possibilità di poter scegliere che comicità avere.

Dove ti vedremo prossimamente?

Continuo a girare i teatri con “Up&Down”. Dovrebbe uscire il 17 gennaio, distribuito da Medusa, “Bugiardi” e successivamente sarò al cinema con “Modalità aereo” di Fausto Brizzi (01 Distribution). A febbraio riprendo la tournée del “Sogno di una notte di mezza estate” (tra i protagonisti Stefano Fresi e Violante Placido), toccando tra le varie città Milano (al Manzoni, 28/02 – 17/03). Infine tornerò in TV con “Colorado”.

Credits Ufficio Stampa Paolo Ruffini: Non c’è Problema.

Si ringrazia per la collaborazione anche Studio Vezzoli R-evolution.

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