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foto1 Patricia Arquette - Filming Italy Sardegna Festival

PATRICIA ARQUETTE

«Questa sì che è libertà»

 

Occhi vispi, sguardo fiero e la voce pacata di chi non smetterebbe di raccontarsi e farsi ascoltare. Al Filming Italy Sardegna Festival 2019 abbiamo avuto l’onore di incontrare il Premio Oscar Patricia Arquette, attrice versatile e impegnata nella difesa dei diritti.

 

di Francesco Del Grosso e Maria Lucia Tangorra

 

«Quando ho fatto il mio discorso alla premiazione degli Oscar (nel 2015 come miglior attrice protagonista per “Boyhood”, nda), non mi riferivo solo allo show business, ma al 98% delle professioni. Negli Stati Uniti le donne non vengono pagate come gli uomini. Alcune leggi sono cambiate dopo quel mio intervento, ma da quando è arrivato Trump, non è accaduto più nulla. In America ci sono milioni di madri single. È il Paese più ricco del mondo, ma un bambino su cinque vive ancora in condizioni di povertà. Se non ci fosse distinzione di salario in base al genere, metà della fame infantile negli States verrebbe eliminata». Patricia Arquette non teme di dire le cose come stanno. Ha respirato senso civico – e verrebbe da dire umano – già in famiglia. «Mia sorella Rosanna» – ha tenuto a sottolinearlo – «è stata una delle prime a esporsi nell’ambito del #MeToo. Dopo la protesta, ci sono stati molti mutamenti. Per la prima volta nella storia della mia carriera mi è capitato di vedere che produttori, attori, registi, tecnici del suono e tutti coloro che gravitano attorno a questo mondo venissero invitati a seguire dei corsi di formazione anti-moleste sessuali nei confronti delle donne. Non sono opera dei sindacati ma delle case di produzione, che non vogliono che qualcuno intraprenda azioni legali nei loro confronti. Tra le regole da seguire, ad esempio, non puoi dire a una donna: ‘che bel culo’ o ‘siediti sulle mie ginocchia’». Va specificato anche che «i corsi vogliono sensibilizzare verso tutti. Non puoi rivolgerti in maniera scorretta a un gay o a una persona di colore. Non si tratta solo di sesso, ma di tolleranza in generale». Stiamo attraversando tempi bui e la Arquette non cela la propria preoccupazione, dimostrando un forte senso di responsabilità: «molti attori preferiscono non essere schierati politicamente, ma credo che l’America stia attraversando una fase molto pericolosa. Se la gente non dà voce al proprio dissenso politico, non arriverà mai da nessuna parte. L’imperativo categorico più diffuso è: ‘stai zitto’. Se ci guardiamo indietro e pensiamo alla nascita del fascismo, ci rendiamo conto che è esistito perché il mondo era in un cono di silenzio. Ecco cosa accade quando la gente tace».

foto7 Patricia Arquette - Escape at DannemoraChi ha questo approccio alla vita e uno sguardo così lucido sull’attualità, spesso lo riflette anche nella coerenza del percorso professionale, dove si è messa spesso in gioco. Ha respirato arte sin da piccola. Figlia dell’attore Lewis Arquette, nipote del caratterista televisivo Cliff Arquette e sorella degli attori Rosanna, Alexis e David Arquette, non poteva che sentire proprie certe corde e sperimentare. Ha lavorato accanto ad attori del calibro di Philippe Noiret, Christopher Walken, Gérard Depardieu e Robin Williams. Un’opera che sicuramente l’ha segnata è “Strade perdute” di David Lynch, di cui ha detto con ammirazione: «nessun altro è come lui. Tutto ciò che lo riguarda è fuori dal comune. È molto strutturato, ha le idee chiare su come girare, sui costumi, il suono, la scenografia, ma è anche molto aperto. Spesso quando reciti una scena, il regista ti dice: ‘falla più veloce, tieni il ritmo’. David, nella prima parte di questo film ci diceva: ‘Prendetevi più tempo’ e a volte con un orecchio ascoltava lo svolgersi della scena, con l’altro la musica. Questo prendere tempo creava una strana comunicazione tra i personaggi, il silenzio alimentava una tensione palpabile. Mi ricordo che chiedevo a David: ‘interpreto uno o due personaggi? Sono un fantasma, un’allucinazione? Cosa sono?’, E lui: ‘non so, tu cosa pensi?’. Questa sì che è libertà». Negli anni è stata diretta da altri grandi, come Burton, Scorsese e Gondry; ma il premio tanto agognato dalle stars è arrivato con la struggente interpretazione in “Boyhood” per la regia di Linklater. Di quell’esperienza parla con trasporto: «ero felicissima di fare quel film. Quando Richard mi ha chiamato e mi ha detto: ‘Voglio fare un film girandolo in 12 anni’, ho accettato subito pur non sapendo di cosa parlasse. Mi sembrava incredibile che fosse riuscito a trovare i fondi per un lavoro i cui risultati non si sarebbero visti nell’immediato». Recentemente, l’attrice statunitense, nella serie “The Act” (andata in onda in America su Hulu), ha dato corpo a una donna realmente esistita, Dee Dee Blanchard affetta da Sindrome di Münchhausen per procura. «Con questa sindrome entrava e usciva da sé, aveva una sorta di co-dipendenza affettiva: da un lato aveva bisogno di aiutare la figlia, dall’altro la paura di essere abbandonata». Un ruolo che l’ha messa a dura prova, ma dal quale è uscita a testa alta e per cui ha ricevuto l’Emmy Award come miglior attrice non protagonista.

Se la si osserva attentamente, Patricia Arquette trasmette una grande calma interiore; ascoltandola si percepisce la profondità di un’anima in continua ricerca. In questa fase della sua vita, in cui forse si tracciano anche dei bilanci, sta «lavorando a un piccolo libro di memorie. Gli ultimi capitoli riguardano la morte di mia sorella Alexis (perseguitata perché transgender, è stata un simbolo per il movimento LGBT. È morta nel 2016, nda)» – ci confessa «ed è difficile parlarne. Poi dovrei dirigere due film. Infine vorrei dedicarmi alla beneficenza e alla produzione di vestiti e giocattoli per i bambini poveri».

 

Credits Ufficio Stampa Filming Italy Sardegna Festival: ManzoPiccirillo

 

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