«Trasformo l’ansia in fonte di creatività»

Occhi verdi e profondi, incorniciati da onde nere di ricci che ricordano una bellezza antica e un sorriso che esprime tutta la spensieratezza della gioventù. Fotinì Peluso, con un volto così, non poteva non bucare lo schermo. Basta cominciare a dialogare con lei che vieni invaso da un vortice di quell’energia di chi è appassionato di arte – e non solo – e vuole conquistare il suo posto nel mondo e al contempo sorprendersi.

di Maria Lucia Tangorra

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Prossimamente arriverà la laurea in economia: «Non un piano b», ci tiene a specificarlo, ma un «buon compromesso per continuare a coltivare la passione per la recitazione che, fino a quel momento, è stata un gioco. Questa facoltà, di per sé analitica, mi ha insegnato a essere metodica e schematica, ma anche molto concreta. È come se i due lati della mia persona si compensassero. Quando studio mi creo una mappa dell’evoluzione del personaggio o uno schema della sceneggiatura». Le lingue, e in particolare il teatro, Fotinì li ha incontrati al liceo attraverso «un corso molto serio organizzato con un insegnante londinese di teatro» che non poteva che trattare Shakespeare. Spesso la vita ci porta a degli incontri che ci segnano; e così è avvenuto per lei a quindici anni col suo maestro Mario Grossi (insegnante al CSC): «L’ho conosciuto per caso e ho cominciato a seguire le sue lezioni semplicemente perché mi piaceva molto il teatro. Non avevo ancora effettuato un provino. Desideravo avere una buona padronanza del linguaggio così come della respirazione. Mi affascinava molto il lato tecnico, ma abbiamo approfondito anche i testi, andando alla ricerca del senso. Ho cominciato a farlo quasi per ‘gioco’, con l’approccio di uno studio molto aperto. Grazie a Mario ho scoperto che cosa fosse la recitazione». Forse è proprio merito di questo approccio libero e appassionato che la Peluso sta percorrendo tappe degne di nota. Il suo esordio per il piccolo schermo è arrivato con “Romanzo famigliare” diretto da Francesca Archibugi (serie Rai). Sullo sguardo femminile afferma con convinzione: «secondo me si sente che c’è una donna dall’altra parte della macchina da presa e, per come sono fatta, ho amato quello sguardo femminile.

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Non ringrazierò mai abbastanza la sorte per aver realizzato il primo lavoro con lei, una regista eccezionale, e in più con una squadra di donne. Anche la direttrice della fotografia, Kika Ungaro, è stata incredibile: si era instaurato un connubio tra loro che a me sembrava una magia, anche perché l’occhio di Francesca esprimeva una particolare attenzione a tematiche affini a noi donne, e questo mi rendeva molto fiera – visto che provengo da una famiglia molto femminile. Ho riscontrato sensibilità, finezza ed eleganza che raramente ho ritrovato sul set. Spero tanto di tornare a lavorare con registe. Chiarisco che ho avuto la fortuna di girare con uomini bravissimi dal punto di vista registico, non ultimo Francesco Bruni. Al centro di “Romanzo famigliare” veniva sviscerato un rapporto madre-figlia e la Archibugi, essendo mamma di tre figli, lo ha centrato appieno in tutte le sue sfaccettature. Ha stabilito un rapporto di grande empatia con me e Vittoria (Puccini, nda), riuscendo a trasmetterci quello che doveva legare il mio personaggio al suo, quello di una mamma che in realtà è ancora una ragazza. Questo tema mi sta molto a cuore. Francesca ci ha fatto anche comprendere le difficoltà che attraversano i genitori, pur mostrandosi talvolta forti di fronte ai figli».

L’arte ci fa andare a fondo di noi stessi e, per quanto un attore possa indossare una ‘maschera’, difficilmente ne è esente. Pensando ad “Andrà tutto bene” di F. Bruni (di prossima uscita) in cui viene messo in campo un forte rapporto tra padre (Kim Rossi Stuart) e figlia, sorge spontaneo chiedere alla giovane interprete che cosa abbia compreso ulteriormente di se stessa e della relazione coi propri genitori. «Con gli anni, al di fuori della professione, che certo amplifica le esperienze personali, mi sono resa conto della quantità di cose che i genitori cercano di nascondere e attutire per proteggere i figli, a volte mettendo da parte la propria sensibilità per diventare effettivamente un punto di riferimento e d’appoggio. Sento che i miei sono riusciti a creare delle basi solide per me e mia sorella anche mostrandosi forti in momenti difficili, impedendoci di pensare che l’equilibrio perfetto esistente in famiglia potesse incrinarsi perché loro sono sempre stati capaci di resistere con le unghie e con i denti. Non si tratta di “fare i duri”, è una forza interiore, la stessa che nel film di Bruni ci mostra una famiglia resiliente che va al di là delle difficoltà temporanee. Adele è il motore portante delle scelte del padre, ma in ogni caso non c’è lui senza lei e viceversa. È stato forse il film in cui ho sentito più sottile la distinzione tra me e il personaggio perché mi ha coinvolta profondamente».

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Possiamo ipotizzare che quest’opera lascerà un segno negli spettatori, ma va specificato che il debutto sul grande schermo per Fotinì è avvenuto con “Il regno” (dal 26 giugno sulle principali piattaforme streaming tra cui Google Play, iTunes, Chily, Sky prima fila, Rakuten, CGHV, Huawei, Infinity, TIMVISION e #iorestoinSALA): «potremmo definirlo il teatro dell’assurdo. È un’opera prima scritta e diretta da Francesco Fanuele, un ragazzo talentuoso del CSC. La storia è ambientata ai giorni nostri, ma in un paesino medievale all’interno di Roma; io interpreto la principessa antagonista». Subito dopo la Peluso ha girato “Sotto il sole di Riccione” (regia di YouNuts!, dal 1° luglio su Netflix) di cui ci svela: «è stato uno dei set su cui mi sono divertita di più in assoluto avendolo condiviso con persone della mia età. Molte scene sono state improvvisate e sono rimasta impressionata dalla bravura dei ragazzi con cui ho lavorato e spero, data la situazione che stiamo vivendo, che possa offrire una boccata di aria fresca». Pensando alla sua Guenda viene in mente la frase: «l’essenziale è invisibile agli occhi» – citazione da “Il piccolo principe” – alla quale Fotinì confessa di sentirsi proprio vicina: «Sono una persona molto aperta, mi piace il confronto; però mi rendo conto che non mi apro mai sul serio, per quanto sia autentico ciò che esprimo». Ai tempi di “Romanzo famigliare” aveva affermato: «Io non so quanto valgo in campo professionale» e ancora adesso, nonostante tutte le conquiste e un futuro che auspichiamo splendente, continua a dirlo con quel sorriso che cela un mix di imbarazzo e umiltà, tanto che aggiunge: «Ho avuto tante persone che hanno creduto in me, ma è assurdo [intendendo che ancora se ne stupisce]. Sono pochi i complimenti che mi sono rimasti nel profondo, tra cui quelli di Bruni, che mi hanno portata a dire: ‘allora forse ho trasmesso davvero qualcosa’». Secondo noi sarà proprio quel quid che la porterà a mettersi sempre in discussione per imparare. Ci racconta di aver frequentato un’accademia di teatro in Francia mentre seguiva l’Erasmus e che le piacerebbe calcare le tavole del palcoscenico. Dalla madre greca ha ben conosciuto i testi del teatro antico; ma al contempo è affascinata dalle pièce di Sarah Kane e le auguriamo di poter sperimentare anche in questo ambito.

Nel frattempo è innegabile che il coronavirus abbia intaccato personalmente e professionalmente tutti noi. “Where Is My Mind?” dei Pixies è una canzone «che mi rappresenta molto e che ho ascoltato ancor più durante la quarantena», il che denota come il suo animo leggero si completi con un aspetto più riflessivo. Quando il Covid si è palesato nella città meneghina, Fotinì aveva da poco iniziato a girare la seconda stagione de “La Compagnia del Cigno” di Ivan Cotroneo (spopolando su RaiUno), che ha reso questa giovane talentuosa attrice ancora più nota. Non è un caso che interpretasse una pianista (ha praticato per undici anni). Uno dei punti di forza di quella serie consisteva nel mostrare come si possa fare gruppo ancora oggi perciò viene spontaneo domandarle se, nell’ambito artistico spesso competitivo, si riesca a fare squadra e lei ci tiene a distinguere: «Penso che ogni settore sia un mondo a sé: gli attori non sono come i ballerini, idem i pittori e così i musicisti». In quest’ultimo caso ritiene che si riesca davvero a creare un gruppo, un’unità molto intensa anche sul piano umano e la musica è uno strumento che abbatte le barriere sociali. Suonare insieme può essere una grande risorsa». Ci anticipa che «se la prima stagione trattava la nascita di un’amicizia che si generava dall’arrivo di Matteo; la seconda  ne è l’evoluzione, in cui il gruppo diventerà capace di reggere alle “intemperie della vita”. Per quanto riguarda la mia Barbara, posso dire che viene sconvolta dall’arrivo al Conservatorio di un personaggio che farà emergere delle fragilità molto forti del mio ruolo».

Fotinì Peluso è giovane, ma annovera già dei lavori che l’hanno messa alla prova su diverse corde. Il tutto è certamente frutto di studio e passione, ma anche di un approccio preciso durante i casting (soprattutto all’inizio) «per cui non c’era una posta in gioco. Mi comportavo come nella vita, non avrei mai cercato di mostrare qualcuno che non fossi io. Affrontandoli, ho cominciato ad assaporare maggiormente l’ansia, trasformandola in fonte di creatività. Penso sia essenziale non farsi snaturare dalla persona che si ha davanti e che deve valutare il tuo lavoro». Le auguriamo di preservare e coltivare la sua indole luminosa (suggerita già dal suo nome), desiderosa di crescere e mettersi in gioco in tutti gli aspetti della vita e dell’espressione artistica.

Credits Ufficio Stampa Fotinì Peluso: IDentity Communication