«In alto i calici alla filosofia della zingarata»

Centomila bottiglie con sei etichette sono un percorso che, iniziato nel 2015, ha ottenuto un risultato straordinario. Quella de La Tognazza è una proposta rivolta a chi si riconosce nella stessa filosofia di vita: vivi e lascia vivere. Oggi l’azienda ai Castelli Romani è la sua prima attività, il vino la sua indipendenza. Il racconto di un figlio che, in alto i calici, celebra lo spirito della zingarata.

di Gino Morabito

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Un giorno chiesi a mia madre se ricordava come nacque l’idea della supercazzola e lei mi raccontò che mio padre, qualche mese prima di girare, invitò alla tenuta Monicelli accompagnato da Benvenuti e De Bernardi, i due sceneggiatori. Sono stati qui a mangiare e a bere fino alle quattro di mattina ogni sera per una settimana e, durante una cena, mentre parlavano di come sarebbe stata la supercazzola, ubriachi persi cominciarono a sbiascicare delle espressioni completamente inventate. Da lì ho capito che quel vino, che poi è l’antenato del nostro, ha avuto un ruolo fondamentale nell’ubriacarli e nel far loro inventare i termini della supercazzola.

Tutto parte da Ugo, dalla sua grande lungimiranza…

… A cominciare dall’importanza dell’impiattamento, della presentazione e della vista, elementi che porta in Italia in tempi non sospetti, attraverso la cucina francese di Paul Bocuse, quando ancora nessuno girava con i vassoi. Così come reinventare le ricette rileggendo la tradizione. Ovviamente, in quel suo reinterpretarle, alcune erano delle genialate, altre dei tentativi che si traducevano in azzardi improponibili. Amava sperimentare, anche nel cinema rischiava di fare dei personaggi al limite. Di Ugo ancora c’è l’invenzione di aver chiamato questo luogo ai Castelli Romani La Tognazza.

La Tognazza con la a.

Azienda agricola, cantina, tenuta, sono tutti femminili, per cui non si sarebbe potuta chiamare La Tognazzi, e da allora questa forma di autoironia sul cognome è una sorta di marchio, che però lui non ha mai pensato di far diventare azienda. Era qualcosa di profondamente “ugoistico”, per sé stesso, e per farne usufruire i suoi amici. Da qui Amici miei, il titolo del film, ma soprattutto la convivialità di vivere il vino, la cena, la condivisione. Tutti questi elementi sono alla base della filosofia dell’azienda che, divenuta un brand, ha pensato di fare seriamente il vino, cercando di crescere e migliorarsi, sin da quando è stata fondata nel 1969. Io sono cresciuto con quella filosofia di vita e con queste vigne. Poi, come tutti i ragazzi di quell’età, sono scappato dalla campagna per tornarci da adulto, quando ho sentito il richiamo alle origini.

Alle radici dell’Ugo style.

Una volta qui a Velletri, abbiamo iniziato a fare il vino solo con le uve che avevamo, quelle laziali: vale a dire il Syrah, il Merlot e lo Chardonnay, che hanno dato vita alla linea Amici miei, per rendere omaggio al lifestyle di Ugo: iperserio nel cucinare e molto poco serio nel convivializzare intorno alla cena. Allo stesso modo, noi cinque de La Tognazza siamo un piccolo nucleo che si approccia seriamente al prodotto, meno seriamente alla comunicazione che c’è intorno. È questo il motivo per il quale i tre vini, i due rossi e il bianco, che formano la linea Amici miei, inizialmente non avevano un nome.

Una comunicazione che suggestiona a cominciare dalle etichette.

Hanno un determinato tipo di grafica, un certo colore; una suggestione e un riferimento musicale. Non riportano le annate ma gli atti: i vini usciti nel 2019 sono l’atto diciotto. Quello che scriviamo sulle etichette sono le suggestioni che i nostri vini possono trasmettere. Un po’ come se influenzassero l’assaggio.

Vini che rivelano caratteri diversi ma accomunati dallo spirito della zingarata.

Abbiamo capito di non poter rimanere solo con la storica linea basica, decidendo di produrre altri tre vini diversi con le vigne prese in Toscana. Con Merlot e Syrah toscani e con il Sangiovese abbiamo realizzato il Conte Mascetti: un vino fatto per sembrare giovane ma che poi si apre in una struttura di peso. Si tratta di un vino che incarna la filosofia della zingarata di Amici miei, tanto che sull’etichetta è raffigurata proprio la macchina della zingarata. Sempre con i vitigni toscani abbiamo costruito il Voglia Matta: uno Chardonnay in purezza che fa tra i dodici e i quattordici mesi di barrique di primo passaggio. Nella prima edizione di tre anni fa era diventato troppo complesso, e noi volevamo che fosse un vino, sì importante ma non così complesso nella gestione della temperatura, dell’ossigenazione e nella sua percezione, anche per un pubblico non necessariamente esperto. Allora abbiamo tolto il lavoro in malolattica, l’abbiamo lievemente decomplessizzato e la gradazione è passata da 14.5% a 13.8%. Grazie a questi accorgimenti, oggi il Voglia Matta è una giusta mediazione tra quello che volevamo noi e quello che si aspetta il nostro pubblico, da quello meno esperto a quello più raffinato.

Per concludere in maniera più tradizionale con il Casa Vecchia, che prende il nome della casa di fianco a quella in cui vivo oggi con la mia famiglia.

La Casa Vecchia, tra legame storico-affettivo e rivalità edilizia.

La Casa Vecchia è quella originaria, che inizialmente mio padre ampliò per le esigenze della famiglia che cresceva. Faceva a gara con Gassman a chi si allargava di più: quest’ultimo aveva casa sul versante montuoso di Velletri, quello di monte Artemisio, la parte più boschiva; Ugo, invece, scelse lo scollinamento che affaccia sul mare, una zona più adatta alla coltivazione. Ogni anno si invitavano reciprocamente nelle rispettive case, per mostrare l’uno all’altro quanto si fossero allargati. Era diventata una gara edilizia. Poi un giorno Ugo si scocciò di allargare la Casa Vecchia e chiamò suo cugino Sandro, architetto, commissionandogli di costruirvi accanto un’abitazione che fosse due volte quella già esistente e completamente diversa. La voleva moderna e avveniristica per gli anni Settanta, cemento armato e legno. Noi siamo venuti a vivere in questa, e in quella ci facevamo i natali e le cene.

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85% Sangiovese e 15% Cabernet-sauvignon.

Ho trasformato la Casa Vecchia, divenuta il nostro centro di accoglienza, in parte in un museo per Ugo – mi sembrava doveroso, dato che tutte le idee dei suoi film sono nate qui. Ha un valore storico, oltre che affettivo, per quello che ha rappresentato e per l’input che ha dato al cinema italiano. Non è un caso che il nostro vino più importante, che è un Sangiovese per l’85% e per il 15% un Cabernet-sauvignon, si chiami proprio Casa Vecchia. Ecco così presentate le due linee: quella Conte Mascetti, con l’omonimo Conte Mascetti, il Voglia Matta e il Casa Vecchia, e l’altra Amici miei, con il Tapioco, il Come se fosse e l’Antani.

Date a Ugo quello che è di Ugo.

Io e Alessandro Capria, il mio socio milanese trapiantato ai Castelli Romani per questioni di cuore, siamo partiti dall’idea che bisognasse dare a Ugo quel che è di Ugo. Da autentico precursore, lui faceva già vent’anni prima le cose di cui oggi tanti vantano la paternità. Le faceva quando molti lo prendevano anche in giro: mi riferisco ai cooking show e ai programmi sulla moda della cucina, ai cinque libri scritti sull’argomento; parlo di “Nuova cucina”, la prima rivista patinata di alta cucina in Italia, di cui è stato il direttore per dieci anni. Perlomeno riconosciamo a Ugo questa grande dote di anticipatore, di precursore, partendo, perché no, proprio dal vino e dalle suggestioni legate ai film… Dei ragazzi attorno a una bottiglia, c’è qualcuno che ha visto Amici miei e lo fa conoscere agli amici… Magari, partendo dal suo grande amore per la terra, Ugo potrà essere riscoperto come artista.

Onestà intellettuale di un antidivo.

La mia vita è un atto di grande riconoscenza nei confronti di mio padre, per il benessere che mi ha fatto vivere, per lo straordinario divertimento e per l’onestà intellettuale che mi ha dimostrato, anche nel saper ammettere i propri errori. La sua onestà è una di quelle cose per cui, chi l’ha conosciuto, prova ancora affetto per lui. È stato sempre il divo antidivo, un uomo accessibile; quel tipo di persona che andava d’accordo con il presidente della Repubblica e con l’operaio, con il contadino e con l’illustre collega. Alle nostre cene potevi trovare le commistioni più assurde, gente che proveniva da ambiti e ambienti totalmente diversi. Questa sua trasversalità, sia in famiglia che fuori (perché Ugo era quello che si vedeva), lo ha reso intimo, familiare, accessibile e vicino a chi lo conosceva. Per questo, nella mia vita, anche le soddisfazioni personali nascondono sempre in qualche modo un atto di riconoscenza per quello che ci ha tramandato nostro padre.

Un “povero” artista a mantenere una famiglia di ricchi.

Ugo, perché se lo chiamavo papà non si girava, non era quel tipo di persona che, di fronte agli altri, esternasse chissà quali complimenti nei confronti dei suoi figli! Anzi. Il gioco più bello che amava fare durante le cene era prenderci per il culo. Si divertiva a dire che era un povero che manteneva una famiglia di ricchi. Mi chiedeva di mostrare i denti e sottolineava che l’apparecchietto che mi aveva fatto mettere costava quanto una Panda, aggiungendo “li mortacci sua!”. Da noi in casa quel tipo di atteggiamento, come la presa in giro e la parolaccia, non è mai stato percepito come un’offesa, anzi era l’atto di affetto più grande. Le parole erano un gioco, erano una supercazzola anche quelle; non avevano il peso specifico che i bigotti danno alla parolaccia. Al contrario, quando Ugo non aveva quelle esternazioni eccessive, ci preoccupavamo.

Di padre in figlio.

Nel mio rapporto con lui, rispetto ai miei fratelli, io ho avuto il contrasto più lungo, proprio nell’età decisionale, cioè nel periodo che va dall’adolescenza all’età adulta. Quello è un periodo che lui non amava. Come succede in ogni famiglia, tutti noi figli abbiamo avuto con Ugo dei contrasti nell’adolescenza: lui ci lasciava liberi di sbagliare, pur non approvando, ma non ci nascondeva che il nostro atteggiamento lo infastidiva. Da lì nascevano gli alterchi. Io li ho portati più avanti degli altri miei fratelli.

Dal Crak in un teatro-off alla complicità di due amici per la pelle.

Mai mi sarei aspettato che alla prima di Crack sarebbe schizzato in piedi esaltato, rosso paonazzo, urlando senza vergogna “bravi!”, con una rabbia quasi che avesse voluto fare anche lui degli spettacoli come quello. Era ambientato nel mondo della box, in una palestra tutta scalcinata, in un teatro-off di Roma. Lo mettemmo in scena prima che Ugo morisse, e ne fu letteralmente rapito. Da quel momento siamo diventati coetanei e complici; abbiamo iniziato a dirci le cose, anche quelle più nascoste, e a fare cazzate da amici. L’unico mio rammarico è di averlo potuto fare solo per quei nove mesi, da gennaio del ‘90 all’ottobre dello stesso anno, quando poi purtroppo se n’è andato. Quel periodo con mio padre è stato fondamentale nella mia vita.

In alto i calici.

Quanto a noi figli, Ricky è il più abile ai fornelli; Maria Sole è quella esperta di ristoranti; Thomas, che sta in Norvegia, quando viene in Italia, a me chiede di rifornirlo di prodotti della terra, da Maria Sole si fa accompagnare nei ristoranti e da Ricky si fa cucinare. Ognuno di noi si è preso una parte di Ugo, Ugo Tognazzi.