Di Giuseppe Savarino

Da Mirko Frezza non si può che rimanere affascinati, sia per la sua storia controversa e bellissima, che per la sua personalità dirompente. Uno degli attori più interessanti nel panorama cinematografico italiano degli ultimi tempi. Uomo impegnato in prima linea nel recupero di un quartiere di Roma definito difficile, Casale Casaletto, diventato simbolo della rinascita possibile e da cui è ispirata la storia autobiografica del film “Il più grande sogno” con la regia di Michele Vannucci. L’ho conosciuto in occasione del Prato Film Festival insieme all’inseparabile e bellissima moglie Vittoria, il suo fulcro vitale. Una schiettezza disarmante, un eloquio senza filtri, una voce che ti rimane nella testa e uno sguardo dritto che oltrepassa gli occhi, dandoti la sensazione che ti stia leggendo i pensieri. Un successo in ascesa come la sua vita dagli inferi alla luce in un crescendo di emozioni che vive a fior di pelle e che racconta con un’umiltà disarmante. Mirko non usa eufemismi per uniformarsi al patinato mondo del cinema dove si muove con disinvoltura e grande rispetto.

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La tua storia è diventata un bellissimo film, quale lato di Mirko non conosciamo ancora. Cosa provi oggi alla luce della tua profonda trasformazione.

 Tra le righe mi stai chiedendo: Come sto?

Partiamo dal presente. Sto imparando a conoscermi. Non mi conoscevo, pensavo di avere dei limiti anche sentimentali ed invece mi si sono aperti tanti lati di cui ignoravo l’esistenza. Nel mondo passato mi sentivo invincibile, facevo tutto ciò che mi piaceva. Non aveva importanza cosa gli altri dicessero di non fare. Oggi invece per me è fondamentale vivere onestamente, accettando la fatica senza scorciatoie, da uomini. La vita da dove vengo io, quella dello scostumato la possono fare tutti. Questa nuova vita è una novità e non ti nascondo che mi fa paura, per cui a volte mi chiedo: se è la strada giusta, se l’ho fatto per gli affetti che ho a casa, mentre in realtà volevo solo autodistruggermi come facevo prima.

Dunque in passato ti sentivi invincibile mentre oggi vivere in un mondo “normale” diventa paradossalmente difficile, come si può spiegare tutto questo.

 Partiamo dalla consapevolezza che ti porta a chiedere scusa quando sbagli. Vivendo in Italia che è un paese cristiano, hai come una sorta di seconda opportunità, fai un percorso, diciamo di redenzione. Se sei una persona realmente disonesta non lo fai. E al contrario ti senti solo rispetto ad un mondo che è famelico e ha bisogno di cose materiali. Ti senti abbandonato dalle istituzioni. Ho un tatuaggio addosso che dice: Se qualcosa non va, chi ha la capacità di agire, ha la responsabilità di farlo.

Fare questo rispettando sia le leggi morali che di giustizia è difficile in Italia come in tutto il mondo.

Si è più uomini quando riesci a prendere i colpi senza cadere a terra, anche se i tuoi organi interni risultano devastati, lo fai per dimostrare a te stesso e agli altri di poter cambiare.

Spesso ho dichiarato, Gesù Cristo ha fatto la via crucis; io l’ho percorsa al contrario: sono partito da “morto” per tornare indietro. E’ difficilissimo percorrere la tua vita a ritroso con la consapevolezza e il peso di quello che facevi prima. Oggi vivo situazioni contrastanti; dalla magnificenza del Festival del Cinema di Venezia, all’associazione di quartiere dove incontro la signora che non ha i soldi per comprare l’olio. L’odore che avverti è diverso: là stai con le persone che pensano di avere il mondo in mano, qua con quelle che si sentono schiacciate. E’ come una palestra.

Mi sono sentito male quando sono rientrato nella vecchia casa popolare in cui abitavo prima. Nel lungo corridoio di centocinque metri ho pensato: Come fanno a vivere qui? E poi ho ricordato che per gran parte della mia vita, avevo vissuto lì senza accorgermi di niente.  La fatiscenza non può portarti ad essere altruista ed è anche colpa della mal politica: le trappole per animali, la muffa, il degrado. In questi luoghi trovi brave persone ma profondamente rassegnate.

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