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RAIMONDO ROSSI – «Lo styling italiano che incanta Hollywood»

Raimondo Rossi, conosciuto anche come Ray Morrison è uno dei nuovi volti della moda italiana, seguito dai fotografi di street style delle migliori riviste internazionali. Si è fatto notare 3 anni fa nelle fashion week ed ora collabora come art director, stylist o fotogiornalista, per lavori che sposano il suo punto di vista.

di Umberto Garibaldi

Buongiorno, Ray. Da quando sei nel mondo della moda?

Buongiorno, da tre anni. In una recente intervista ho detto 4/5, ma in realtà, pensandoci con attenzione, sono tre. Mi sembra molto di più, forse perché le cose, in questo campo, si ripetono un po’.

Quale è il tuo ruolo nella moda?

Quello che faccio è veicolare emozioni. Tramite foto, articoli, video o tramite quello a cui ho accesso o mi viene affidato. Non pongo l’accento sul guadagno, perché laddove muovo energia mi apro all’abbondanza, per esempio di persone che sentono quello che voglio esprimere.

Sei un po’ in continua evoluzione senza un lavoro statico quindi.

Si vero, anche nei miei modi di vestire per gli eventi non ripeto mai uno stesso stile. E così è per i lavori. Per questo anche sono andato a vedere come funziona all’estero, anche per la moda. Parlando con gente e altre culture, ci respiro dentro.

Parlaci dei Red Carpet.

Beh, i veri Red Carpet sono ovviamente a Los Angeles. L’Europa poi, come spesso accade nell’entertainment, va a copiare un po’. Credo comunque che i Red Carpet siano una bella cosa, perché possono essere d’ispirazione per un vasto pubblico che assiste, in alcuni casi, a carriere e sogni partiti dal nulla. È tipicamente americano stimare chi parte dal nulla. In Italia purtroppo c’è un certo astio contro chi riesce a farcela. I divi del trap ne sono un esempio.

Ti piace che sia rosso?

Devo dire che esistono anche red carpet neri in alcuni eventi, ma si, preferisco il rosso. A me che parlo di emozioni, ricordare che comunque i primi red carpet furono una cosa gestita dai bianchi, dovrebbe fare un po’ impressione. Ma è il passato. Un po’ come per mostrarli al mondo rossi, ci volle qualche anno per avere la tv a colori e farli vedere davvero. Così è per tutto.

È vero che è un’esperienza bella essere sul red carpet?

Beh come dice Woody Allen, è un’emozione che è particolare da raccontare. Credo che comunque sia una forma di compenso per qualcosa che di positivo hai fatto o trasmesso. Io ne ho avuti un paio, si, inutile dire che fa piacere. Anche se non sai dove guardare.

Come mai uno che in tre anni ha visto i backstage più importanti ama andare alle stazioni o nelle periferie a fare qualche reportage? Dove sta la connessione?

Non sto lì a pensare perché mi sento a mio agio nel passare da un colloquio di ore con una persona che dorme per strada a un colloquio con una celebrity, ma so che mi interessano entrambi allo stesso modo. Mi piace ascoltare e capire, non faccio molto caso al vestito o alla situazione. Ma si, faccio caso a quello che dicono o come lo dicono, quello fa la differenza. Posso sentirmi a casa o decidere che è assurdo perder tempo ad un noiosissimo evento.

Futuro prossimo?

Sono mesi che non vado all’estero per un problema alla schiena, quindi direi che il primo obiettivo è viaggiare. Sono invitato di nuovo a Los Angeles e vorrei andare. A ottobre sfortunatamente ho dovuto saltare un’intervista con un’icona, Vee Neil, 4 Oscars ma forse avrebbe potuto averne di più. Spero di incontrarla presto e recuperare. Lei mi interessa particolarmente, è l’essenza di ciò che il cinema spesso fa: farci sognare!

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