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RINO BARILLARI

«Il paparazzo è per sempre!»

Antesignano di un mestiere che ha affrontato sempre in prima linea e in maniera totale, per Oliviero Toscani Rino Barillari è uno dei quaranta fotografi più importanti al mondo, che con il suo lavoro ha restituito dignità al termine “paparazzo”. Per celebrare la sua gloriosa carriera, che lo ha visto testimone tanto di eventi storici quanto dei fasti della “Dolce Vita”, sono stati realizzati un libro edito da Sabinae, un documentario e una mostra intitolati “Rino Barillari – The King of Paparazzi”. La mostra, prodotta da Istituto Luce Cinecittà con il contributo della Direzione Generale Cinema del Ministero dei Beni e delle Attività Culturali, curata da Martino Crespi, da un’idea di Massimo Spano e Giancarlo Scarchilli e organizzata da Camilla Cormanni, è andata in scena lo scorso ottobre al MAXXI di Roma. Noi di Red Carpet l’abbiamo visitata per voi e nella stessa occasione abbiamo intervistato il suo protagonista.

di Francesco Del Grosso

Sino ad oggi si contano 163 ricoveri al pronto soccorso, 11 costole rotte, 1 coltellata e 76 macchine fotografiche distrutte con flash e obiettivi al seguito; cosa manca all’appello?

Mancano i personaggi, anche se a fare notizia sono sempre stati gli scoop. Io come gli altri colleghi andavamo e andiamo in cerca di qualcosa o qualcuno capace di attirare l’attenzione della gente. La foto del personaggio più o meno famoso al mercato importava e importa relativamente. Se questo, invece, si presentava in una veste inedita, in una situazione poco consona al suo ruolo o accompagnato da una figura mai vista prima in sua compagnia, allora la fotografia acquistava ben altro valore e interesse.

Qual è il personaggio che hai avuto modo di fotografare che più stimi?

Se devo restringere il cerchio ad un solo nome scelgo quello di Federico Fellini. Fu lui a darmi il soprannome “The King of Paparazzi”. A mio avviso è stato il più grande tra i grandi perché aveva capito in quale direzione stesse andando l’Italia trent’anni prima degli altri. Aveva una capacità di catturare anche i minimi dettagli più nascosti per poi restituirli sullo schermo con una visionarietà unica e inimitabile.

Quale è stata la fotografia più remunerativa della tua carriera?

Se facciamo una stima sulla base del rapporto tra gli anni in cui venne scattata e le capacità economiche del periodo quella a Peter O’Toole in Via Veneto nel 1963, che fu oggetto di una rissa finita poi su tutti i giornali. Durante la colluttazione, l’attore irlandese mi ferì seriamente ad un orecchio e mio padre sporse denuncia perché all’epoca dei fatti ero minorenne. Quella fotografia se non ricordo male fu venduta ad un milione delle vecchie lire che in quegli anni era una cifra ragguardevole.

C’è qualcosa o qualcuno di fronte ai quali hai deciso di mettere da parte la macchina fotografica?

Assolutamente no! Ho sempre fotografato tutto quello che si è materializzato davanti all’obiettivo. Poi tanto sarò io a decidere se diffondere o no quanto immortalato. Le foto sono importanti, magari per realizzarle sei arrivato prima di tutti e hai corso dei rischi molto elevati. In quel momento sei un testimone degli eventi e non puoi tirarti indietro.

Qual è e se esiste un limite morale che non andrebbe oltrepassato?

Esiste e come. Tu che stai scattando una foto devi capire prima di tutto il contesto e la situazione. In base a quelli cambia il tuo approccio. Paparazzare un VIP non può essere la stessa cosa del fotografare una vittima su un luogo del delitto. In questi casi, ad esempio, bisogna stare molto attenti anche alla presenza nella fotografia di possibili testimoni in grado di aiutare gli inquirenti. Il che significa tutelarli e fare attenzione nel non mostrali per preservare così la loro identità.

Il costume è cambiato in meglio o in peggio?

In peggio sicuramente. Non ci sono più i personaggi di una volta e nemmeno quei locali dove era possibile incontrarli. Locali che avevano un nome di prestigio, che andavano di moda e che facevano da cornice a eventi mondani ai quali tutti volevano presenziare per avvalorare il proprio status. Ora di quei luoghi e di quelle atmosfere non ci sono più tracce, con tutti che giocano a fare i VIP quando in realtà contano meno di niente. Gran parte dei VIP di oggi sono diventati famosi grazie a delle comparsate in televisione. Questi psudo-personaggi sono però destinati a durare solo qualche stagione e a finire nel dimenticatoio.

Se sono venuti meno questi elementi, allora esiste ancora un futuro per il tuo mestiere?

Il Paparazzo è per sempre! Sono orgoglioso del mio mestiere, perché il Paparazzo è in primis un grande giornalista. Per molti fotografi era ed è ancora un termine dispregiativo, che andava e va a sminuire la loro credibilità e professionalità. Per me non ha mai rappresentato una cosa della quale vergognarsi. Al contrario è stato motivo di vanto.

Ci sono persone che con un pessimo operato hanno contribuito a gettare una cattiva luce sul tuo mestiere. Qual è il tuo pensiero a riguardo?

Indipendentemente dall’etichetta che hai, se quella di fotografo, reporter o paparazzo, a conti fatti è la foto che hai scattato a parlare per te. Quest’ultima porta la tua firma che rappresenta una sorta di certificazione di qualità della quale tu ne sei il primo e unico responsabile. Purtroppo quando esiste una categoria, ci sono anche persone che la categoria in questione non la rispettano e non la tutelano. Ma questo non si verifica solo nella mia, ma in tutte.

Quanto ed in che modo il digitale ha cambiato il mestiere del fotografo?

Il passaggio al digitale per quanto mi riguarda rappresenta un fallimento totale. Bisogna comunque accettare che i tempi sono cambiati e con essi anche le tecnologie, i giornali e gli editori. Ciononostante l’avvento del digitale ha portato delle facilitazioni, a cominciare dalla velocizzazione del lavoro: non si passa più per il processo di sviluppo e stampa, puoi inviare in presa diretta la fotografia dal luogo dove l’hai scattata. I tempi si dimezzano drasticamente e le immagini vengono diffuse più rapidamente.

E da un punto di vista sociale quali cambiamenti ci sono stati?

Purtroppo a questi cambiamenti ancora non mi sono abituato. La bellezza di una foto scattata in quel modo e poi stampata su carta non ha paragoni. Prima del digitale le fotografie catturavano i momenti più significativi della nostra esistenza che andavano a finire negli album dei ricordi, mentre ora i selfie e le migliaia di immagini scattate con i cellulari non fanno altro che generare illusioni fittizie che possono svanire nel nulla se il supporto che le raccoglie dovesse rompersi o smagnetizzarsi.

Guardando al passato, nei confronti di cosa e di chi provi nostalgia?

Mi manca prima di tutto la giovinezza, poi mi mancano tutte quelle persone che sorridendo hanno provato a cambiare questo Paese senza però riuscirci purtroppo e quelle che hanno contribuito a restituire la bellezza di questa Nazione.

Si ringrazia Lionella Bianca Fiorillo (Storyfinders)

 

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