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ROBERTO DI FRASSINETO

Due amici per caso, ma motociclisti appassionati, decidono di arrivare in Mongolia in moto con l’obbiettivo di consegnare personalmente aiuti in denaro raccolti privatamente ad alcune organizzazioni umanitarie. Strada facendo hanno seguito ciò che diceva Bruce Chatwin “sono andati avanti, hanno chiuso il giro”, perché i due hanno deciso di andare oltre la Mongolia e compiere il giro del globo. Realizzando così un sogno di viaggio, diventato anche un vero bisogno, più personale e intimo, dedicando parte di esso ai bambini degli orfanotrofi. Un’esperienza pazzesca durata 71.000 km e quattro anni tra passione, solidarietà ed emozioni diventate il vero carburante di questa incredibile avventura.

di Francesca Capaccioli

Com’è iniziato il viaggio intorno al mondo?
Con una domanda fatta a Matteo (incontrato in uno dei suoi viaggi nei pressi del Monte Ararat in Turchia): “Ciao Matteo, cosa ne pensi se il prossimo anno, noi due tentiamo di andare in Mongolia in moto?”.
Quando hai iniziato?
Tutto è cominciato con la mia vespina 50, sono Toscano e ho vissuto gran parte della mia infanzia girovagando tra le stradine sterrate, le chiese, i monumenti, le antiche pietre della mia terra, i campi di olivi, è qui credo che in qualche modo senza saperlo ho iniziato a sperimentare il viaggio.
E che cosa ricerchi in questi tuoi viaggi?
Cerco di perdermi, credo sia la condizione essenziale per poi emozionarsi. Lo smarrimento nel vero senso della parola è necessario, ti arricchisce. Certo ho un percorso da seguire, un traguardo da raggiungere, ma la rotta predefinita non basta, sarebbe noioso, il viaggio ti deve riservare sempre qualche cosa di eccezionale, ho visitato luoghi indescrivibili e goduto della luce del mondo, dello sguardo e del sorriso di migliaia di persone. Quando viaggi chiuso nel casco, a volte rimani incredulo della magnificenza di ciò che stai vivendo, sono emozioni forti che ti saziano, non potrei farne più a meno. E se provi tutto questo capisci che in qualche modo devi ricambiare, devi restituire qualche cosa di dovuto, diventa indispensabile.
Hai attraversato l’intero globo per aiutare i bambini senza famiglia, cos’è scattato dentro di te?
Come ti dicevo ho iniziato a viaggiare a sedici anni e non ho mai più smesso, qualche cosa però è successo dopo aver letto il libro di Tiziano Terzani “Buonanotte Signor Lenin”. È un libro che spiega le emozioni scaturite nelle regioni dopo la caduta dell’impero sovietico e abbiamo deciso con Matteo di attraversarle nella prima tappa. Molti di questi paesi facevano parte della madre patria Russia ed ora sono lasciati al proprio destino senza l’appoggio socio – economico di Mosca, vige la regola del più forte, i bambini sono la parte più vulnerabile e quindi è necessario proteggerli. Siamo partiti dall’Italia, abbiamo percorso Grecia, Turchia, Georgia, Azerbaijan, Turkmenistan, Uzbekistan, Kazakistan, Russia, tutta la Mongolia, Siberia, fino ad arrivare al Giappone.
In che modo avete aiutato queste persone?
Parte di questo viaggio è stato appunto dedicato ai bambini meno fortunati e in ogni Continente abbiamo scelto un progetto umanitario da sostenere. Dopo aver raccolto donazioni anche da amici e conoscenti, abbiamo voluto portarle anche fisicamente così da evitare passaggi intermedi. In Mongolia, ad Ulaambaatar, abbiamo sostenuto il progetto “Kindegarden 58” appoggiando l’associazione AiBi, Amici dei bambini. Il secondo è stato il Virgen de Fatima a La Paz in Bolivia, una struttura che ospita 50 bambini con storie di maltrattamenti ed abbandono, sempre di AiBi. Le donazioni sono servite alla ricostruzione del tetto della struttura, abbiamo visto fare la fine dei lavori ripartendo. Mentre in Africa a Usa River in Tanzania ci siamo diretti verso un’organizzazione indipendente. Al Tumaini Children’s Foundation, sono ospitati circa 60 bambini, alcuni affetti da HIV, sono organizzati come una grande famiglia dove i più grandi si prendono cura dei più piccoli. Con loro abbiamo imparato tante lezioni di vita. “If you think you are to small to make a difference you have not spent a night with a mosquito”. Proverbio africano.
Non saranno mancate di certo alcune giornate difficili.
Un giorno abbiamo perso la pista principale trovandoci cosi senza benzina anche nelle taniche di scorta. La sensazione di frustrazione e di stanchezza data dalla guida delle moto cariche su piste “tole ondulée” ha lasciato fortunatamente spazio all’euforia nel poter vivere una esperienza unica. Una famiglia nomade ci ha aiutai, portandoci a rifornire i serbatoi e ospitandoci nella loro gher, la casa mongola di legno e stoffa per la notte e condividendo la cena. Anche se la comunicazione si riduceva a gesti ci siamo sentiti in sintonia con quelle persone sconosciute oltre all’esperienza emozionante del primo progetto umanitario che abbiamo visitato a Ulaanbaatar.
Dalla Mongolia al meridione del mondo, la seconda tappa del vostro gran tour.
Arrivati in Messico ci siamo addentrati nelle Barrancas del Cobre attraversando la straordinaria varietà di clima e vegetazione che contraddistingue questa area, terra del popolo dei Tahumara. Abbiamo attraversato il Chapas, abbiamo raggiunto il Guatemala, quindi il povero El Salvador e successivamente l’Honduras e il Sudamerica, terra di allegria ma anche di netti contrasti e di attriti. A Tangua, sud della Colombia ad esempio siamo incappati nella grande protesta degli agricoltori contro il Governo, i violenti scontri con la polizia e la guerriglia che s’incendiava nelle ore serali ci ha costretti a barricarci da una famiglia di campesinos, ospiti nella loro fattoria. Ci hanno custoditi per alcuni giorni fino a quando abbiamo ottenuto il lascia passare, pur nel rispetto della protesta, ancora una volta abbiamo conosciuto l’ospitalità e il profondo riguardo nei confronti del viaggiatore in moto. Dopo l’Equador siamo arrivati nella terra degli Incas, dove abbiamo incontrato i primi alpaca, i lama, ci siamo arrampicati fino a 4.000 metri di altitudine. Davanti a noi, ricordo il Lago Titicaca incorniciato ad est dall’imponente Cordillera Real che ci apre le porte della Bolivia dove si trova il nostro progetto umanitario, una struttura per bimbi in difficoltà. Lo sforzo fisico a queste quote è stato notevole, ma arrivamo in Cile, poi l’Argentina e la Patagonia quest’ ultima terra durissima come i venti che l’attraversano e che più di una volta ci hanno messo in difficoltà, fino ad arrivare allo stretto di Magellano alla “fine del mondo” e li mi ricordo che ci siamo voltati indietro per apprezzare ciò che avevamo fatto.
Ed infine Africa!
Ci trasferiamo verso la Cape Town di Nelson Mandela. Dal Capo di Buona Speranza ci dirigiamo a nord, in Namibia venendo inghiottiti dalla varietà della sua natura, come il Fish River Canyon, le alte dune rosse di Sossusvlei, Skeleton Coast e Namib Desert. Arriviamo in Zambia e successivamente nel povero ma fiero Malawi, “siamo e ci sentiamo in Africa”. Le persone con il loro sorriso ci incantano ci rendiamo conto che siamo così abituati ad avere tutto o quasi che troppo spesso ci dimentichiamo di sorridere. Arriviamo al nostro ultimo progetto umanitario, quello che più ci coinvolge: il Tumaini Children’s Foundation è davvero la meta, uno di quei posti che danno senso a tutto. Poi ripartiamo verso la Tanzania nel Mikumi National Park, tra giraffe, elefanti, gazzelle, impala, bufali d’acqua accanto a noi, fino ad arrivare in Kenia e l’Etiopia che ci sorprende per i numerosissimi luoghi storici di mistica bellezza. Siamo alla fine, rientriamo in Italia dall’Etiopia con le nostre KTM 990 Adventure e Honda Dominator.
Tutte queste esperienze meravigliose, quanto ti hanno cambiato?
È difficile spiegarlo. Quando torni da questi viaggi ti accorgi che le priorità della vita sono altre, che sono drasticamente cambiate. Ti senti diverso.
Ti sei avvicinato di più alla felicità con questo viaggio durato quattro anni?
Direi che bisogna viaggiare ancora!

 

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