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SABRINA PARAVICINI

«La mia e la nostra seconda vita»

Abbiamo imparato a conoscerla e ad amarla nel ruolo di Jessica Bozzi, il personaggio della romantica e un po’ svampita infermiera interpretato nelle prime quattro stagioni della fortunata serie televisiva “Un medico in famiglia”. Da allora di anni ne sono trascorsi e Sabrina Paravicini ha dimostrato di essere un’artista poliedrica capace di spaziare dalla recitazione in teatro e sul piccolo e grande schermo alla scrittura di libri, dalla regia cinematografica alla sceneggiatura. Il tutto conservando intatto il seme della resilienza, anche quando lungo il cammino la scoperta della malattia del figlio Nino, affetto da Asperger, hanno provato a metterla in discussione. C’è quindi un prima e un dopo quello che si può simbolicamente identificare come un anno zero nella vita dell’artista di Morbegno. Ed è da lì che siamo partiti per dare il la a questa intensa one-to-one realizzata dopo la proiezione alla 13esima Festa del Cinema di Roma della sua nuova avventura cinematografica firmata a quattro mani proprio con suo figlio Nino Monteleone, il documentario dal titolo “Be Kind”.

di Francesco Del Grosso

Come e perché nasce il progetto di “Be Kind”?

Erano tanti anni che sognavo di raccontare in un film la nostra esperienza. Se devo dire la verità, quando siamo entrati a contatto con l’autismo ero molto arrabbiata e non sapevo come affrontare tutto quello che mi e ci stava accadendo. Poi ad un certo punto abbiamo preso in mano la situazione, trasformando tutto quello che ci era successo in qualcosa di creativo. Il tutto lasciando aperta la porta a quelle persone che per un loro problema potevano sentirsi messe all’angolo. “Be Kind” come recita il sottotitolo è un viaggio gentile nel mondo della diversità, che non si concentra solo sul tema della disabilità. Non è un film che vuole denunciare qualcosa, ma che cerca di mostrare la bellezza e la ricchezza dell’entità umana. Non è altro che un percorso filmico affrontato  in punta di piedi da me e mio figlio Nino, con l’aiuto tecnico di Lorenzo Messia, nel quale abbiamo cercato di lasciare la maggiore libertà possibile agli intervistati di esprimere la propria diversità, senza alcun giudizio o linea editoriale a guidarci.

In che modo la crescita di Nino ha inciso sulla tua carriera?

In realtà mi ha arricchita come persona. Mi sono messa a disposizione della sua vita e la mia carriera ha subito una brusca decelerazione. Era molto difficile da gestire, in quanto eteroaggressivo e autoaggressivo. Forse grazie a questo impegno, con tutto l’amore che ci ho messo nello stargli accanto nonostante la grande sofferenza, siamo arrivati ad avere dei progressi così eccezionali che lo hanno portato oggi ad una fase di alto funzionamento che da piccolo non aveva. Nino a tre mesi già pronunciava la lettera “r”, per cui era precocissimo, poi ad un certo punto a diciotto mesi è andato completamente in tilt sensoriale con la sospensione di qualsiasi relazione e la regressione.

Riavvolgiamo le lancette dell’orologio. Quanto un personaggio come Jessica Bozzi e una serie popolare come “Un medico in famiglia” ti hanno dato e ti hanno tolto?

Mi ha dato quella popolarità che non avevo raggiunto in precedenza con le trasmissioni televisive. Tieni presente che “Un medico in famiglia” ha toccato punte di 16 milioni di spettatori, con ascolti pari a quelli dei Mondiali di calcio. Dall’altra mi ha tolto due cose: la trasparenza che è una cosa che mi manca tantissimo e che mi impedisce di andare in giro senza essere riconosciuta e all’epoca la possibilità di fare cinema. In quegli anni, infatti, partecipai a tantissimi casting ma nessuno mi volle perché ero troppo riconoscibile e vent’anni fa fare televisione rappresentava un marchio negativo.

C’è un regista o un film al quale sei particolarmente legata?

Ogni attore e attrice aspetta il regista che lo e la scopra. In tal senso, non mi sono sentita veramente scoperta da qualcuno, ad eccezione forse di quando nel 1993 presi parte ad un film tedesco dal titolo “E.T.A. Hoffmann’s The Sandman” per la regia di Eckhart Schmidt nel ruolo di Clara. Lì in qualche modo mi sono sentita, nonostante la giovane età, voluta e desiderata, giusta per quel ruolo. Una sensazione che non mi è capitato di riprovare altre volte. Nella mia carriera ci sono state sicuramente delle persone che hanno lasciato un segno, penso ad esempio a Maurizio Nichetti che oltre ad essere un grande amico è stato il primo a darmi fiducia scegliendomi per interpretare un ruolo in “Stefano Quantestorie”.

Cosa è stata e cos’è adesso per te la recitazione?

Per me la recitazione ha sempre rappresentato un bisogno, ma anche un modo per esprimermi. Quando ho iniziato a lavorare nelle fiction la routine ha un po’ preso il sopravvento. Poi è arrivato il teatro con esperienze come Madame Bovary nella pièce “L’estasi dell’anima” e “Le relazioni pericolose” dal celebre testo di Pierre Choderlos de Lacros che mi hanno dato la possibilità di entrare in una dimensione dei personaggi ancora più intima. La recitazione è una cosa meravigliosa. Potersi esprimere, entrando e uscendo dai ruoli che ti vengono affidati, è una sensazione bellissima e indescrivibile. Mastroianni diceva che la recitazione è come un vestito da indossare: lo metti e poi lo togli quando hai finito, così da tornare immediatamente ad essere quello che sei. Io la penso allo stesso modo.

E la scrittura che ruolo ha avuto nella tua vita?

È stata fondamentale nei momenti difficili e ha ricoperto un ruolo molto importante. Visto che non potevo entrare in gruppi di lavoro per via dei tanti impegni che ho avuto nella vita privata, mi sono rifugiata proprio nella scrittura. Alcune delle cose che ho scritto sono state pubblicate e ne sono estremamente contenta. Per me la scrittura è una delle cose più belle che si possa fare nella vita, più di recitare, perché sei lì con te stessa, puoi inventare cose e andare in altri mondi.

Le esperienze da regista hanno cambiato il tuo approccio alla recitazione?

Sicuramente sì, ma quando reciti per gli altri registi diventa quasi un problema, perché vorresti prendere il suo posto quando una cosa per te non funziona. Invece, l’attore deve essere completamente a disposizione del suo regista, deve affidarsi a lui al 100% e non deve nemmeno chiedere nulla rispetto all’inquadratura. Se hai avuto la possibilità, come è accaduto a me, di passare dall’altra parte della macchina da presa, la tentazione di dire la tua ce l’hai sempre e questo alla lunga finisce per sporcare e influenzare la performance, ma anche il rapporto con il regista stesso. In realtà, la cosa che mi ha aiutata di più è stata imparare a montare. Tutto è diventato diverso, sia come attrice che come regista e anche come scrittrice.

Ad oggi qual è la tua più grande vittoria o conquista?

È una domanda molto difficile. La mia più grande vittoria è sicuramente Nino com’è adesso, l’avergli donato una seconda vita e averlo fatto proprio con il cinema che ho sempre amato e che continuerò ad amare. Ho messo da parte la mia vita professionale e credo che Nino non sarebbe quello che è oggi se io non mi fossi dedicata a lui al 100% e con tutta me stessa. E non ho rimpianti in tal senso.

Si ringrazia REGGI&SPIZZICHINO Communication.

 

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