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Smetto quando voglio | Red Carpet Magazine

SMETTO QUANDO VOGLIO – LA TRILOGIA

Smetto quando voglio

Guida analitica a una trilogia di successo

di Francesco Del Grosso

Quando si scrive la parola fine a una saga, indipendentemente dalla sua riuscita oppure no e da quanti consensi i capitoli che la vanno a comporre abbiano raccolto con le rispettive uscite, c’è sempre un po’ di dispiacere. Nel caso della fortunata trilogia di Smetto quando voglio, adesso che anche il terzo e ultimo atto è andato in scena con la distribuzione nelle sale lo scorso 30 novembre 2017, dobbiamo ammettere che al dispiacere si è andata a mescolare anche una buona dose di nostalgia. Si perché nei confronti della saga scritta e diretta da Sydney Sibilia, ora che su di essa è calato il sipario, c’è stato sin dall’inizio un affetto smisurato, dovuto a un vero e proprio colpo di fulmine, la cui freccia trafisse il nostro cuore all’epoca del battesimo sul grande schermo nel 2014 di quella che nel corso degli anni sarebbe diventata una trilogia originale e fuori dagli schemi produttivi nostrani. E a quanto pare, viste le dichiarazioni rilasciate qualche mese fa nel corso della conferenza stampa di Smetto quando voglio – Ad Honorem, anche nel cuore e nella testa del regista campano alberga il medesimo stato d’animo: “è una parentesi che si chiude, per noi che la trilogia l’abbiamo fatta lunga sei anni e per gli spettatori che ne hanno fruito lunga quattro. Questo è anche il bello delle saghe, che racchiudono in sè un periodo storico e un pezzo di vita. Ora che il sipario è calato si avverte un sentimento di nostalgia, lo stesso che provavo quando da spettatore vedevo chiudersi le saghe cinematografiche che amavo“.

Ma al di là dei sentimenti, quando le cose finiscono viene sempre il momento di un bilancio e per quanto ci riguarda, quello del progetto di Smetto quando voglio è, a conti fatti, assolutamente positivo. Il risultato di ogni operazione o calcolo matematico è dato dalla somma degli addendi, di conseguenza abbiamo pensato di riavvolgere le lancette dell’orologio e analizzarli individualmente, dedicando a ciascun capitolo della trilogia un apposito spazio analitico, proprio in virtù delle differenze che li separano. Tali spazi critici servono a mettere bene in evidenza singoli pregi e meriti dell’operato di Sibilia, quanto basta per restituirne a voi lettori la misura e il peso specifico.

Smetto quando voglio

C’è stato bisogno di un regista esordiente classe 1981 come Sydney Sibilia, e della sua riuscitissima opera prima dal titolo Smetto quando voglio, per gettare finalmente una bella ventata di aria fresca sull’anemica commedia made in Italy. Gli incoraggianti riscontri al botteghino ottenuti dalle pellicole del suddetto genere negli ultimi anni, che in termini strettamente economici hanno quantomeno tenuto a galla l’inesistente “industria” cinematografica nostrana, per quanto ci riguarda non sono per niente sufficienti. Questo perché, ripensando alle tante commedie battenti bandiera tricolore apparse nelle sale nel recente passato, salta subito all’occhio la mancanza di originalità nei plot, il disegno approssimativo dei personaggi che li animano, ma soprattutto l’incapacità dei registi e degli sceneggiatori di turno di riportare sugli schermi i cosiddetti tempi comici. Quest’ultimi, in particolare, rappresentano uno degli elementi cardine del suddetto genere, di fatto determinante per la sua riuscita. Ed è proprio su di essi che il regista salernitano ha costruito l’architettura narrativa e drammaturgica di Smetto quando voglio, apparso nelle sale con 01 Distribution nel febbraio del 2014.

I tempi comici, infatti, diventano l’arma in più nelle mani di Sibilia per scardinare le difese immunitarie dello spettatore più scettico, costretto sin dalle prime scene ad alzare bandiera bianca, lasciandosi trascinare da uno humour nero travolgente che rifiuta il politically correct impossessandosi in tutto e per tutto dei dialoghi, dei pensieri e delle azioni dei personaggi, delle dinamiche individuali e corali. Nel farlo si decide intelligentemente di non scomodare i bei tempi che furono, anche se qualche rimando a film indimenticabili come I soliti ignoti o La banda degli onesti lo si può intravedere, piuttosto si preferisce strizzare l’occhio a certe commedie a stelle e strisce alla Ocean’s Eleven o a popolarissime serie per il piccolo schermo come The Big Bang Theory o Breaking Bad, rielaborandone il DNA in chiave ultra citazionista e parodistica. Da esse, il cineasta campano riprende stile, immaginario e quel pizzico di follia che non può e non deve mancare. Ne viene fuori uno script calcolato al millimetro, nel quale i singoli personaggi vengono catapultati con brio da una situazione all’altra attraverso una costruzione infallibile e veloce, in un giusto mix di azione, amicizia, amore e disavventure (il)legali.

Il dramma sociale, legato alla crisi economica imperante, al precariato e ai tagli nella ricerca, si tramuta in un espediente comico, che non risparmia però frecciatine scagliate qua e là verso la platea. L’idea è di quelle folgoranti, ma allo stesso tempo di una semplicità disarmante: una banda composta da geniali nerd usa la neurobiologia, il latino classico, l’antropologia e la macroeconomia, per infilarsi in uno strano buco legislativo tutto italiano, quello delle smart drugs. In questo modo, serio e faceto si incontrano alla perfezione dando vita ad una tragicommedia esilarante dal forte retrogusto acido, accentuato ancora di più dalle scelte cromatiche sature e ricche di doppie dominanti, tanto nella fotografia quanto nelle scenografie, che consegnano una messa in quadro spassosa e fummettistica.

Smetto quando voglio – Masterclass

Era il 2014 quando si brindava all’insperato quanto inaspettato successo di Smetto quando voglio, l’opera prima di Sydney Sibilia che conquistò le platee e una buona fetta di addetti ai lavori con il suo mix travolgente di humour nero, dialoghi effervescenti, situazioni divertenti e citazioni più o meno dichiarate. In poche parole, quanto bastava per riportare il sorriso sulle labbra di un pubblico nostrano sempre meno abituato a certi regali da parte della commedia made in Italy contemporanea. A un biennio e spiccioli da quel exploit, il genere in questione, che tantissime soddisfazioni ci aveva dato negli ormai lontani anni d’oro, salvo rarissime eccezioni ha prodotto poco e niente di particolarmente significativo. Di conseguenza, abbiamo desiderato giorno e notte che qualcuno convincesse il regista campano a tornare dietro la macchina da presa per firmare il sequel della sua pluri-decorata pellicola d’esordio, con protagonista la scalcinata, improbabile, ma ormai celebre “banda dei ricercatori”. Ebbene, qualcuno evidentemente è riuscito a convincere il caro Sibilia a raccogliere l’invito e con esso la sfida, in maniera talmente convincente che il cineasta classe 1981 ha deciso di rilanciare la posta in gioco, realizzando non uno, ma la bellezza di due sequel, per di più girati in modalità back to back (ossia contemporaneamente), primo dei quali battezzato Smetto quando voglio – Masterclass. Ed è proprio del secondo capitolo della trilogia, uscito nelle sale il 2 febbraio del 2017 con le cinquecento copie messe a disposizione da 01 Distribution, che vi parleremo.

Il compito era di per sé non facilissimo, per tutta una serie di motivi piuttosto semplici da intuire. Prima di tutto bisognava fare meglio, o quantomeno eguagliare i buoni risultati ottenuti al box office dal film precedente. Poi occorreva riconfermare e se possibile alzare l’asticella del divertimento rispetto a quanto portato sul grande schermo nel 2014. E last but not least serviva trovare un appiglio, un cavillo narrativo e drammaturgico al quale aggrapparsi per rilanciare e riprendere le redini di una storia che, visto l’epilogo, sembrava una pratica chiusa e in via di archiviazione. Insomma, con tali presupposti, la scelta di rimettere mani sulla vicenda e sui personaggi era tutto tranne che scontata. E come se non bastasse, se a tutto questo si vanno ad aggiungere anche le non poche aspettative fisiologicamente e giustamente riposte dal pubblico sul prodotto finale, allora le motivazioni per lasciare perdere erano davvero tantissime. Eppure il regista con i compagni di scrittura Francesca Manieri e Luigi Di Capua, quel cavillo lo hanno trovato scavando nemmeno troppo in profondità nell’epilogo del primo episodio, a sufficienza per mettere in piedi senza doppi o tripli salti mortali le architetture necessarie per dare forma e sostanza ai restanti tasselli della saga. In tal senso, ci teniamo a sottolineare proprio che il cavillo in questione non ha nulla di forzato, nulla di pindarico o machiavellico dietro, come accade invece il più delle volte quando gli sceneggiatori di turno sono costretti a inventarsi tutto e il contrario di tutto per riesumare a distanza di anni personaggi e saghe. Sibilia & Co., un po’ come il Brizzi ai tempi dell’operazione Notte prima degli esami – Oggi, hanno trovato la giusta chiave di volta per riaprire la partita e questo è un merito che va loro riconosciuto, al di là della riuscita oppure no del film.

E quindi la “banda dei ricercatori” è tornata. Anzi, non è mai andata via. Se per sopravvivere Pietro Zinni e i suoi colleghi avevano lavorato alla creazione di una straordinaria droga legale diventando poi dei criminali, adesso è proprio la legge ad aver bisogno di loro. Sarà infatti l’ispettore Paola Coletti a chiedere al detenuto Zinni di rimettere su la banda, creando una task force al suo servizio che entri in azione e fermi il dilagare delle smart drugs. Agire nell’ombra per ottenere la fedina penale pulita: questo è il patto. Il neurobiologo, il chimico, l’economista, l’archeologo, l’antropologo e i latinisti si ritroveranno loro malgrado dall’altra parte della barricata, ma per portare a termine questa nuova missione dovranno rinforzarsi, riportando in Italia nuove reclute tra i tanti “cervelli in fuga” scappati all’estero. La banda criminale più colta di sempre si troverà ad affrontare molteplici imprevisti e nemici sempre più cattivi tra incidenti, inseguimenti, esplosioni, assalti e rocambolesche situazioni come al solito… “stupefacenti”.

Smetto quando voglio – Masterclass si basa, dunque, sulla stessa formula e sulla stessa veste stilistica del primo capitolo, ossia ritmo, fotografia dai colori acidi e una buona commistione di generi per dare vita a un’action-comedy dove fare incontrare un certo tipo di commedia verbosa all’italiana con un certo filone di film d’azione a stelle e strisce degli anni Settanta e Ottanta. Di conseguenza, le citazioni non si contano più sulle dita delle mani, anche se queste vanno a incastrarsi alla perfezione nel tessuto originale dello script. Quest’ultimo ha però un piccolo difetto, che consiste in un ritardo nel rodaggio dovuto a quella trentina e passa di minuti iniziali utilizzati dagli sceneggiatori per riepilogare la situazione e porre le basi necessarie per ripartire. Un peccato di gola che ci sentiamo comunque di perdonare, perché a conti fatti va a incidere solo sulla durata della timeline e non sull’esito finale, con i restanti settanta minuti circa che funzionano come un motore a pieni giri. Del resto, come recita l’antico detto: “squadra che vince non si cambia”. Questo è vero, ma non del tutto, perché nel caso del secondo episodio (e come vedremo anche del terzo) gli autori sono andati ad aggiungere alla ricetta qualche ingredienti in più per rafforzarla, a cominciare dalla crescita evidente della componente action all’interno della timeline, con alcune scene davvero ben confezionate (l’inseguimento nel parco archeologico, l’inserimento del GPS nel container e soprattutto l’assalto al treno) che vanno a dare manforte alle gag comiche, che restano ovviamente il piatto forte del menù (irresistibile la prima riunione al poligono di tiro). Menù che è andato arricchendosi anche grazie all’introduzione di nuovi temi (uno su tutti la fuga di cervelli) e di nuovi personaggi, con qualche new entry nel già folto cast a disposizione, che rende la pellicola ancora più corale.

Il tutto fa di Smetto quando voglio – Masterclass un “corpus audiovisivo e drammaturgico” autonomo, dotato di un arco narrativo indipendente che gli consente di non essere considerato solo ed esclusivamente un capitolo di transizione che conduce per mano lo spettatore verso la chiusura della trilogia. L’epilogo lascia ovviamente i giochi aperti e siamo sicuri che ne vedremo davvero delle belle, ma è in grado comunque di fornire piccole risposte e mettere la parola fine a qualche parentesi aperta in precedenza (vedi il vero motivo dell’incidente automobilistico di Alberto Petrelli con il quale si concludeva la pellicola del 2014). Ora non ci resta che andare a parlare di Smetto quando voglio – Ad Honorem per conoscere il destino della banda e allo stesso tempo della trilogia.

Smetto quando voglio – Ad Honorem

Tecnicamente Smetto quando voglio – Ad Honorem è il sequel di Smetto quando voglio – Masterclass, uscito nello stesso anno e, a sua volta, prequel di Smetto quando voglio, in quanto le vicende narrate si svolgono prima della scena finale del primo capitolo. È passato un anno da quando la banda di cervelloni incompresi capitanata dal neurobiologo Pietro Zinni, è stata colta in flagranza di reato nel laboratorio di produzione Sopox e ognuno dei suoi componenti rinchiuso in un carcere diverso. Da Regina Coeli Pietro continua ad avvertire le autorità che un pazzo di nome Walter Mercurio ha sintetizzato gas nervino ed è pronto a compiere una strage, ma nessuno lo prende sul serio. Impegnata a chiudere i conti col passato e a sventare l’atto terroristico, la gang di ricercatori è costretta a chiedere aiuto al nemico di sempre: il boss malavitoso con una laurea in ingegneria navale, “Er Murena”. Il cerchio finalmente si chiude e tutto torna, ma il compito di vedere come andrà a finire tocca di diritto alla sala.

Il regista salernitano tinge questo ultimo atto con colori decisamente più dark il registro drammaturgico rispetto ai precedenti e con quelli acidi di sempre la fotografia. In quanto capitolo conclusivo di una trilogia deve svolgere di default il compito solitamente ad esso assegnato, ossia quello fare quadrare i conti. Se Smetto quando voglio – Masterclass è stato di fatto e per necessità un episodio di transizione che riapriva le ostilità (il primo capitolo ha, infatti, una sua completezza, perché all’epoca della produzione non era ancora stata contemplata l’ipotesi di un proseguimento), a Smetto quando voglio – Ad Honorem tocca invece la responsabilità non facile di dare delle risposte. Queste puntualmente a giochi fatti arrivano, ma oltre ad avere assolto in maniera ottimale il compito, la pellicola e chi l’ha concepita si prendono il giusto spazio per regalare alle platee di turno anche il solito mix di azione e comicità strabordante, da sempre ingredienti della ricetta portata sul grande schermo da Sibilia e dai suo compagni di scrittura per dare forma e sostanza al racconto.

Sul fronte action e citazionista, messe da parte la riuscitissima scena dell’assalto alla diligenza con la quale si chiudeva il secondo capitolo e quella dello spettacolare inseguimento nei ruderi romani, nel terzo c’è spazio per la cinetica con la pirotecnica evasione dal carcere della gang e per la lotta contro il tempo dell’epilogo. Il tutto condito ovviamente con l’altra componente basica della formula, ossia lo humour. Anche qui non manca e gag come quella delle docce di Rebibbia o del laboratorio della Sapienza dove viene conservato il cadavere pieno di gas difficilmente riusciremo a dimenticarcele. E poi c’è la linea drammatica, qui più consistente rispetto a quelle presenti nei precedenti episodi, perché oltre ad affrontare nuovamente i temi della crisi della ricerca e della fuga dei cervelli, Smetto quando voglio – Ad Honorem ci porta alla scoperta della tragedia umana che ha colpito gli antagonisti, che li ha segnati profondamente.

Insomma, questa volta c’è molta più carne al fuoco con la quale fare i conti, la stessa travolgente comicità per stemperare le pieghe ancora più drammatiche prese dalla storia, ma anche quella buona dose di azione che non guasta mai. Cara banda dei ricercatori, ora possiamo dirvelo: ci mancherete.

 

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