Top

SONIA BERGAMASCO – «Viviamo nello sguardo dell’altro»

Voce bassa e al contempo decisa, di chi vuole farsi ascoltare ed entrare in dialogo con te, e non possiamo tralasciarne la musicalità, tanto da aver fatto risuonare, in scena, i versi di Mallarmé – e non solo. Sonia Bergamasco ha incarnato con passione e onesta adesione diverse donne, dalla Karenina alla moglie di De Gasperi e del commissario Montalbano. L’abbiamo incontrata nel luogo che tanto le è caro: il teatro.

di Maria Lucia Tangorra

 

Prendendo spunto da “L’uomo seme” (tratta dal testo potente e toccante di Violette Ailhaud, la pièce è stata ideata e diretta dall’artista, oltre che interpretata insieme al gruppo delle Faraualla, nda), si può fare comunità ai giorni nostri?

Per me tornare al teatro è sempre più importante. È anche l’opportunità concreta di abbracciare una comunità in ascolto, una presenza viva che non è equiparabile alla comunità che si esprime sui social. Guardarsi, respirare insieme è fondamentale perché si innesca un’energia che ti muove interiormente.

 

Sonia, si è cimentata nei vari linguaggi e, in particolare negli ultimi anni, ha creato con gli spettacoli un percorso personale…

A teatro sono pienamente felice. Amo profondamente il mestiere di attrice e non ho mai perso l’emozione connessa a questa professione.

 

Sul piano cinematografico ha avuto la possibilità di spaziare…

Sì, dall’esperienza di “Riccardo va all’inferno” (regia di Roberta Torre, nda) alla ‘leggerezza’ di “Come un gatto in tangenziale” di Riccardo Milani, passando per il racconto così forte de “La meglio gioventù” di Marco Tullio Giordana. Ho messo in campo corde molto diverse. Amo cambiare e sono molto curiosa.

 

Quando, a suo parere, è mutata la percezione che gli altri avevano di lei sia dal punto di vista degli addetti ai lavori che del pubblico?

Direi attraverso il comico. L’avevo già sperimentato grazie all’amico Ivan Cotroneo, che mi aveva coinvolta nel progetto di “Tutti pazzi per amore”. Non avevo mai lavorato in una serie ed ero terrorizzata dal lungo impegno. In più, a un primo impatto, non ero attratta da un personaggio così antipatico. Invece, mi sono divertita moltissimo! (Nel 2009, per il ruolo di Lea, ha vinto il premio come miglior attrice non protagonista al “RomaFictionFest”, nda). A qualche anno di distanza è arrivata la proposta di Luca Medici e Gennaro Nunziante per “Quo Vado” (nel 2016 ha ricevuto diversi riconoscimenti, tra cui il Premio Flaiano come interprete femminile cinematografica dell’anno, nda). La sceneggiatura mi aveva subito convinto. E più passano gli anni più penso che le scelte debbano essere dettate soprattutto da un fiuto istintivo, dal desiderio e dal piacere di mettersi in gioco.

 

Qual è la sua più grande soddisfazione ad oggi?

La regia teatrale. Quando vedo venire alla luce uno spettacolo sento una felicità profonda, è come una nascita.

 

Cosa vorrebbe che arrivasse assolutamente di lei nel dialogo col pubblico?

Quando sono in teatro mi disinteresso a me stessa. Mi abbandono al racconto. E vedere che il pubblico si è appassionato, come me, alla storia è il migliore appagamento.

 

Cosa non è stato ancora colto di lei?

Non me lo sono chiesta. Tutti noi viviamo nello sguardo dell’altro. Quando incontri una persona con cui si riesce a stabilire un rapporto profondo, nel momento in cui ti rimanda un pensiero su di te, se è sincero e caldo, può essere molto più d’aiuto di tante elucubrazioni personali.

 

Dopo il diploma al Piccolo Teatro, lei ha mosso i primi passi da giovanissima. Cosa si porta con sé di maestri della portata di Giorgio Strehler, Massimo Castri e Carmelo Bene? 

Strehler è stato un grandissimo maestro, feroce e poetico; Castri era molto esigente, puntava tutto sul mestiere dell’attore e lavorare con lui è stata una scuola formidabile. Carmelo Bene è per me ‘l’incontro’. Da quel momento in poi, anche su suo impulso, ho cominciato a esplorare un mio modo di stare in scena e di pensare il teatro.

 

Qual è il suo modo, in particolare da regista?

Mi piace creare un clima di armonia e stare in ascolto. Sono consapevole del mio ruolo e non delego le scelte a nessuno. Sono certa però che dall’incontro con gli artisti e i collaboratori con cui lavoro possano scaturire nuove idee, anche impreviste, e non voglio perderle per un atteggiamento di chiusura.

 

Sonia, qual è il ritmo della sua vita?

Ossessivo ma ‘segreto’, nel senso che non lo voglio mostrare. Un ritmo per me anche faticoso da sostenere. Ma è il mio!

 

Richiamando sempre la musica (è diplomata in pianoforte presso il Conservatorio di Milano, nda), con quale brano descriverebbe il suo stato d’animo attuale?

 

Se devo pensare a qualcosa che possa scivolarmi dentro aiutandomi a iniziare la giornata mi vengono in mente Bach, i Pink Floyd o la voce umana di una contralto come Kathleen Ferrier. E poi c’è Mozart… la sua ‘voce’ ha una lucentezza e una trasparenza che mi supportano.

 

Dove la vedremo impegnata prossimamente?

A maggio comincio le prove de “Le nozze di Figaro” (maestro concertatore e direttore Kristiina Poska, nda), in cartellone dal 15 al 21 giugno per il Maggio Musicale Fiorentino all’interno del progetto “Mozart al femminile”. È mio desiderio lavorare approfonditamente sui rapporti fra i personaggi. Il racconto è un flusso narrativo senza respiro, in cui gli undici personaggi, nell’arco di una “folle giornata”, si scoprono, si scontrano e si riavvicinano con una nuova consapevolezza. Una storia che si regge in un equilibrio magico ed essenziale. Per me è un privilegio potermi accostare a Mozart e Da Ponte. Nella prossima stagione lavorerò con Thomas Ostermeier nello spettacolo “Ritorno a Reims”, una nuova produzione del Piccolo Teatro di Milano, realizzata in coproduzione con Fondazione Romaeuropa e in collaborazione con Schaubühne Berlin. Il progetto di questo lavoro parte dall’omonimo libro di Didier Eribon ed è un’acuta riflessione sul presente politico e sociale che stiamo vivendo. Lo presenteremo in prima assoluta dal 10 ottobre al 16 novembre ed è previsto in cartellone anche al Romaeuropa Festival dal 20 al 23 novembre. Nell’anno del cinquecentenario dalla morte di Leonardo, 24 e 25 settembre, riproponiamo al Grassi di Milano “Il miracolo della cena” per la regia di Marco Rampoldi.

 

Utilizzando il sito, accetti l'utilizzo dei cookie da parte nostra. maggiori informazioni

Questo sito utilizza i cookie per fornire la migliore esperienza di navigazione possibile. Continuando a utilizzare questo sito senza modificare le impostazioni dei cookie o cliccando su "Accetta" permetti il loro utilizzo.

Chiudi