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SPECIALE NEW YORK – Gli italiani protagonisti del World Pride NYC Stonewall 50th

Giugno 2019. 30 giorni. 50+ eventi. Quasi 4 milioni di persone previste. Un evento che già sta facendo storia, salutato come uno delle più grandi manifestazioni e mobilitazioni di massa mai viste. La comunità LGBTQIA+ si prepara a marciare per i suoi diritti umani e civili nella città dove proprio cinquant’anni fa si ribellò al conservatorismo imperante. E questo sembra proprio essere il sentiment di New York, una forza inarrestabile che sta per invadere la città e sfidare i venti conservatori che stanno attualmente agitando le stelle e strisce americane.

di Tommaso Cartia

Una manifestazione quella del World Pride che è senz’altro politica, socioculturale, di costume, ma anche molto glamour, glitte-rata ed esuberante. Sul rainbow carpet quest’anno sfile-ranno e performeranno grandissimi nomi della musica e dello spettacolo, da Rhianna a Cindy Lauper, Chaka Khan, Whoopi Goldberg, Ciara e Billy Porter fino a una delle più grandi popstar di tutti i tempi: Madonna. Un evento che è anche un grande business per la città, un’attrazione turistica da numeri esorbitanti e vertiginosi.
Noi abbiamo raccolto le opinioni di alcuni dei nostri rappresentanti italiani e italoamericani della comunità LGBTQIA+ residenti a New York, per capire quali emozioni stanno provando a vivere un momento di tale importanza storica per la loro comunità in rappresentanza di un’Italia che, seppur abbia sicuramente fatto molti progressi, ancora non riesce a rappresentarli con l’orgoglio ed il riconoscimento che gli dovrebbe.
Ci facciamo guidare in questa inchiesta da Cathy Renna, una veterana nel campo della comunicazione e dei media, Principal di TargetCue (Targetcue.com), una società di pubbliche relazioni e servizi di comunicazione newyorchese focalizzata sulla comunità LGBT.

CATHY RENNA

Nazionalità: Italoamericana
Residenza: New York
Origini: pugliesi
Occupazione: PR
Gender: Essere Umano. Lesbica orgogliosa

Cosa possiamo aspettarci da questo evento e come lo stai vivendo?
Questa è un’opportunità incredibile, di celebrare i 50 anni dello Stonewall e tutto quello che ha significato su un palcoscenico globale. Perché la comunità LGBTQIA+ che marcerà non è solo quella newyorchese, è una comunità globale che sta affrontando un momento particolarmente critico a causa anche dell’ostilità del Presidente Trump e di altre politiche conservatrici. 4 milioni di persone insieme è un dato incredibile. È anche il “Pride” che ha ricevuto più attenzione mediatica di sempre. E questo è particolarmente importante per le nuove generazioni. Sarà infatti significativo tra i vari eventi in programma, lo “Youth Pride” per i più giovani che si terrà a Central Park. Anche il “The World Mural Project” è un’iniziativa spettacolare e molto educativa, una celebrazione della diversità e dell’amore che sarà immortalata da 50 artisti che vestiranno i muri dei cinque quartieri di N.Y.C. con le loro creazioni. Un’operazione sponsorizzata da Macy’s, uno dei department stores più importanti. Non si era mai vista una cosa così.

Da italoamericana ed orgogliosa donna lesbica come vivi l’essere una rappresentante della comunità LGBTQIA+ in rispetto alle tue origini?
Essere italoamericana per me è tanto importante quanto far parte della comunità LGBTQIA+, vivo le due cose con lo stesso orgoglio. Io sono italoamericana di prima generazione, e non scordo la lezione di Mussolini: vivere in un clima di oppressione dettato da un dittatore. Quando comprendi questo da piccolo, diventi un combattente. Lavoro proprio per cercare di creare un mondo migliore per tutti i giovani ragazzi LGBTQIA+ italiani e del mondo. In Italia è particolarmente difficile essere gay ancora oggi, a causa, in particolare, della Chiesa Cattolica. Ma siamo qui, anche con il “World Pride”, per dare un messaggio forte, siamo in questa lotta tutti insieme!

STEFANO IMBERT

Nazionalità: Italiana
(da poco anche cittadino americano)
Residenza: New York
Origini: romane
Occupazione: Illustratore
Gender: Essere Umano. Gay orgoglioso

Che valore dai a questo evento dal punto di vista di un omosessuale italiano ormai cittadino americano?
La prima volta che sono andato al “New York Gay Pride” mi sono commosso. Non avevo mai visto, né mi sarei mai immaginato, una tale partecipazione di gente di tutte le etnie e strati sociali accomunati da un senso di appartenenza ad un gruppo che aveva lottato decenni per essere riconosciuto e accettato. Poi mi sono trovato a marciare orgogliosamente, assieme al mio compagno americano, nel gruppo “The Immigration Task Force”, che aveva il compito di sostenere e promuovere le unioni gay ed equipararle a quelle eterosessuali. Ecco perché, per me, quest’anno ha un’importanza ancora più prorompente, proprio alla luce del regime politico in cui viviamo negli Stati Uniti, che è, ahimè, simile a quello che viviamo in Italia. Almeno qui negli U.S. dal 2014 ci si può sposare e godere degli stessi diritti e doveri di qualunque altra coppia. Quello che mi rattrista moltissimo è pensare che l’Italia sia ancora arretrata rispetto ai paesi più avanzati.

Qual’è stata la tua più grande difficoltà nel vivere la tua identità in Italia e come la vivi qui?
L’essere nato in una famiglia molto aperta e progressista, ha fatto in modo che il mio essere omossessuale fosse quasi indolore. Sono stato molto fortunato. Eravamo alla fine degli anni ’70, un magico momento per i gay italiani. L’associazione “Il Fuori!” (Fronte Unitario Omosessuale Rivoluzionario Italiano), con il Partito Radicale avevano aperto ampi spiragli, allargando il panorama del machismo rampante, inserendo una visione più articolata del maschio italico. Peccato che poi l’avvento degli anni ’80 e ’90 abbiano inghiottito tutto quello che si era ottenuto. Ma io ero oramai un “immigrante” a New York, e qui non ho mai avvertito grandi ostilità o discriminazioni. Qui sono considerato una persona, che poi è anche gay. In Italia sono considerato, nella maggior parte dei casi, principalmente un gay, e poi una persona.

ERENE MASTRANGELI

Nazionalità: Italiana
Residenza: New York
Origini: torinesi
Occupazione: Cantautricee
Gender: Essere Umano. Lesbica orgogliosa

Come è vivere la propria libertà sessuale da italiana qui in America in tempi di “World Pride”?
Provenendo da una cultura dove il progresso a livello di emancipazione della donna e dei diritti della comunità LGTBQ va’ più a rilento, il “Pride” per me è sempre molto importante. Infatti, tra le ragioni che mi hanno spinta a rimanere a New York c’era proprio il fatto che mi sentissi molto più libera di essere me stessa. Vedere coppie omosessuali tenersi liberamente per mano per le strade della città, vederle diventare genitori adottivi, mi strabiliava. Inoltre, il “Pride” è importante perché questa “normalità” che viviamo qui a New York oggi è un’utopia in molte altre parti del mondo. Perfino qui a New York l’omosessualità è diventata ufficialmente legale solo nel 1980. E fino al 2003 i rapporti sessuali tra persone dello stesso sesso erano ancora illegali negli U.S. in 14 stati, a Puerto Rico e nell’esercito. Accettare sé stessi così come si è, è difficile per tutti. Ecco perché dichiararsi orgogliosi di chi si è in modo così pubblico e festoso è assolutamente importante e terapeutico.

Raccontami come affronti queste tematiche anche nella tua musica, e quanto proprio la musica sia stata terapeutica per te in questo senso.
‘Il Pride’ è importante anche perché solo 3 anni fa c’è stato il massacro di “Pulse”, il locale gay ad Orlando, in Florida, durante il quale sono morte 49 persone LGBTQ. La sparatoria di massa con il numero più alto di morti negli Stati Uniti dopo quella di Las Vegas. Quando sono venuta a sapere di quello che era successo non potevo darmi pace. Quel giorno è nata Love, Shine, la canzone che ha poi dato il titolo al mio nuovo disco. L’unica cosa che potevo fare era tenere in braccio la mia chitarra e suonare, per trovare conforto, per esprimere emozioni troppo forti da verbalizzare. La canzone è un’invocazione all’amore. Io non credo nelle armi, nella violenza di alcun tipo, nella guerra. Credo nella pace e nell’amore, credo nell’onorare ogni singolo essere umano nella sua unicità. Nessuna delle nostre divisioni ha alcun senso logico, ma ha probabilmente senso in un inconscio collettivo che deve ancora trovare una strada, una luce per poter apprezzare l’incredibile dono della vita. Il mio più profondo desiderio è di vedere sorgere quella luce per tutti su questo pianeta, e contribuirò in ogni modo possibile con la mia musica perché questo avvenga il prima possibile.

VIRNA SMIRALDI

Nazionalità: Italiana
Residenza: New York
Origini: fiorentine
Occupazione: Make-Up artist, Interior Designer
Gender: Essere Umano. Transgender orgoglioso

So che quest’anno in particolare, ma da molti anni, hai scelto di non partecipare al “Pride” e alla marcia tradizionale. Parteciperai invece al “The Queer Liberation March”, una marcia alternativa organizzata dal “Reclaim Pride Coalition” che in opposizione e in protesta alla “Heritage of Pride” che organizza la marcia tradizionale, vuole riportare l’attenzione sull’aspetto più politico e militante, piuttosto che su quello stravagante, da evento di costume incentrato sulla sponsorizzazione partecipativa di grandi aziende. Ci spieghi il perché della tua scelta?
Preferisco fare questa marcia perché è più vicina a quello in cui credo. Da anni non vado al “Pride”. Penso che in un momento storico come questo, sfilare solo con la bandierina e in perizoma non sia il caso. Cerchiamo di essere un po’ più seri visto che Trump ci sta togliendo tutte le conquiste fatte in questi anni.

Virna ha una storia di vita molto importante, una storia che avremo modo di raccontare in tutta la sua splendida complessità sulle pagine di Red Carpet in un’intervista speciale a lei interamente dedicata. Così ci ha iniziato a raccontare il suo sofferto rapporto con l’Italia:
Sono una autoesiliata. Se torno in Italia cosa faccio? Non ho neanche il diritto ad una carta d’identità […] Si è tornati al volersi ‘normalizzare’, a volersi sposare, avere figli etc. che io capisco per carità, ma non abbiamo ancora leggi che ci tutelino contro la transfobia, l’omofobia, quindi sì lottiamo per i matrimoni ma non abbiamo i diritti di base. A me per esempio non interessa sposarmi quando io in Italia non esisto. A me non viene riconosciuto neanche il cambio del nome. Quindi io tecnicamente non esisto in Italia. Anche se mi danno la possibilità di sposarmi non importa, voglio prima essere riconosciuta come cittadina. […] Il mio futuro lo vedo qui a New York anche perché in Italia al momento io non ho il diritto di vivere una vita come gli altri.

La situazione di Virna è recentemente cambiata, in parte. Ve ne parleremo più approfonditamente prossimamente.

 

 

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