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TAAPSEE PANNU – «Amo i personaggi insolitamente diversi»

La Settima Arte ha il dono di accorciare le distanze geografiche. Quelle che ci separano dall’India si sono azzerata grazie alla 18esima edizione del River to River Florence Indian Festival, la kermesse fondata e diretta da Selvaggia Velo, laddove nella cornice del foyer del cinema La Compagnia abbiamo potuto intervistare per voi una delle attrici di spicco della cinematografia indiana. Taapsee Pannu, ospite d’onore della manifestazione toscana, è tra le star indiscusse e ricercate del momento per la quale, siamo sicuri, si apriranno presto scenari professionali su scala internazionale.

di Francesco Del Grosso

Quando è scoccata la scintilla per la recitazione?

Ho deciso di fare l’attrice dopo l’uscita nelle sale del mio primo film. Sono una persona multitasking alla quale piace sperimentare cose differenti. Durante il periodo universitario, infatti, ho voluto provare anche altre cose, accettando di prendere parte a servizi di moda e ad un paio di film, uno dei quali ha avuto un grandissimo successo in India. La carriera di attrice è nata quasi per caso e gli ottimi risultati raccolti all’inizio mi hanno spinto a ripensare a quello che sarebbe stato il mio futuro con il destino che mi riservava qualcosa di diverso dal lavoro nell’amministrazione.

Cos’è per te la recitazione?

È vivere ufficialmente un’esistenza schizofrenica; o meglio la possibilità di vivere tante vite all’interno di quella che mi è stata data.

Quali sono i criteri che adotti per scegliere di prendere parte o no ad un film?

In primis mi domando se quel film vale il tempo e il prezzo del biglietto che la gente acquisterà con i soldi che a fatica ha guadagnato. Il secondo elemento che considero è il regista che mi sottopone il progetto, poiché la ritengo una figura importantissima per la riuscita del film. Poi cerco di capire se la collaborazione con lui può arricchirmi artisticamente. E infine penso se sarebbe un film che un domani mostrerei con orgoglio ai miei figli.

Cosa ti caratterizza nel panorama indiano tanto da convincere i registi a puntare su di te?

Ho la prontezza e la capacità di rompere gli stereotipi. Amo e sono disposta a interpretare ruoli insolitamente diversi. Mi piace scombussolare e mettere in discussione i cliché. Fino ad oggi non mi sono mai tirata indietro quando si è trattato di interpretare dei personaggi fuori dagli schermi. Non ho paura di osare e di misurarmi con essi. In più non sono una figlia d’arte e quindi non ho alle spalle una di queste grandi famiglie che da decenni lavora nel cinema o nella televisione. Di conseguenza non ho dovuto mai farmi carico di un’eredità e nemmeno del timore di sfigurare rispetto ai miei predecessori. Questo per dire che non ho niente da perdere e sono libera nelle scelte. Forse ciò mi rende diversa da molte connazionali e il che porta i registi a volermi nei loro film.

Per te l’attore è uno “strumento” nelle mani del regista; allora qual è il vero contributo offerto ad un progetto da chi fa il tuo mestiere?

A mio avviso un film resta la creazione di un regista, ma siamo noi attori a rendere quella storia credibile agli occhi del pubblico. È vero che siamo degli “strumenti” nelle sue mani, ma devono essere quelli giusti. Ad esempio per appendere un chiodo non si deve utilizzare un’ascia ma un martello. In tal senso, la scelta di un attore per un dato ruolo deve corrispondere alle effettive necessità del progetto. Se si sbaglia il cast c’è molta probabilità che il risultato non sia all’altezza.

Hai mai avuto il timore di rimanere ingabbiata in un ruolo?

Due anni fa ho lavorato ad un film dal titolo “Pink” che ha segnato una svolta nella mia carriera. Dopo il successo di quella pellicola mi sono piovute addosso numerose proposte di lavoro e tanti riconoscimenti. Il pubblico ha iniziato ad identificarmi con il personaggio di Minal Arora. Nonostante mi facesse piacere, dall’altra parte c’era e continua ad esserci l’intenzione di alzare il livello, senza mai adagiarmi sui risultati del passato. Nel 2018 ho preso parte a due opere per me molto importanti “Mulk” e “Husband Material”, con i quali sento di essermi staccata dall’immagine iniziale che la gente si era fatta di me. Sta dunque alla nostra volontà di andare oltre.

Sei la protagonista di “Husband Material”, un film in perfetto stile “Bollywood”. Quante pellicole appartenenti a questo genere hanno monopolizzato l’attenzione del pubblico occidentale?

È un genere che ci ha reso visibili sulla carta geografica e se l’India è diventata la seconda industria del settore al mondo lo deve in gran parte al “Bollywood”. Ciò che lo caratterizza, ossia la danza e il canto, fa parte della nostra tradizione. Siamo un popolo che ama esprimere le emozioni, drammatizzare e ne siamo orgogliosi. Mentre a Hollywood ci sono i supereroi, da noi invece sono le persone comuni a compiere delle azioni mirabolanti. Questo essere un po’ “esagerati” fa parte dell’indole di una nazione che tende a sovraesprimere le sensazioni positive o negative. Poi è chiaro che i cambiamenti della Società si riflettono nel cinema e quindi anche il “Bollywood” degli anni Novanta non è come quello attuale. Del resto, tutto cambia e si evolve.

Che momento sta attraversando il cinema indiano?

Un momento molto importante perché il pubblico sta cambiando e di conseguenza anche l’offerta ha dovuto assecondare questa evoluzione. I motivi sono molteplici, ma sicuramente la maggiore esposizione al mercato internazionale attraverso internet e Netflix ha avuto e sta avendo un ruolo decisivo in questo processo. Il pubblico ha iniziato a chiedere dei prodotti competitivi e al livello di quelli occidentali. Ora c’è una domanda di storie che trattano argomenti più pregnanti con al centro personaggi più reali e meno fantasiosi che guardano a fatti più concreti e legati alla vita di tutti i giorni piuttosto che all’inseguimento di sogni. E a chiedere questi cambiamenti sono state in primis le nuove generazioni.

Nell’odierna cinematografia indiana quali sono le condizioni di lavoro delle attrici?

La difficoltà non è tanto entrare nell’industria cinematografica perché in ogni film prodotto in India c’è un ruolo femminile. Di conseguenza è facile ottenerne uno. Semmai il difficile è, in quanto donne, essere padrone delle proprie scelte e avere il diritto di potere dire di no. Oggi la situazione è molto cambiata e le pellicole con protagoniste donne sono cresciute di numero negli ultimi cinque anni. Le condizioni di lavoro delle attrici stanno migliorando, anche se il divario in termini di trattamento economico rispetto ai cachet dei colleghi uomini è ancora piuttosto elevato.

In India gli attori godono di una grandissima fama e sono oggetto di un amore spassionato da parte del pubblico; come vivi e vivete questa responsabilità?

Noi che facciamo questo mestiere abbiamo la responsabilità e il dovere morale di contraccambiare l’amore immenso che ci viene riservato e lo facciamo spendendoci per qualche buona causa. Personalmente, ogni anno copro i costi d’istruzione di una trentina di giovani donne. Questo perché alla radice delle terribili differenze sociali che ancora esistono in India c’è il mancato accesso all’istruzione.

Credits ufficio stampa River to River Florence Indian Festival: Ps Comunicazione

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