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Red Carpet Magazine

TIZIANA FOSCHI di Umberto Garibaldi

«Occorre tanto tempo per diventare giovani»

 

Intervista all’attrice e regista, recentemente nel cast del film “Nobili bugie” e prossimamente a teatro con l’adattamento del libro “Pesce d’aprile”.

Tutti la ricordano per la lunga e fortunata stagione vissuta con La Premiata Ditta, ma la carriera di Tiziana Foschi è stata questo e adesso è molto di più. Dopo lo scioglimento del popolare quartetto, che ha lasciato un’impronta indelebile nella mente e nel cuore delle platee televisive e teatrali, l’attrice e regista romana sta vivendo una nuova e altrettanto florida fase della sua vita dentro e fuori dal mondo dello spettacolo. L’abbiamo incontrata tra le nevi di Cortina, ospite della 13esima edizione di Cortinametraggio. Occasione, questa, perfetta per fare una ricognizione sul presente, per ricordare il passato e per gettare uno sguardo sui prossimi impegni cinematografici e teatrali.

Non si può non partire con La Premiata Ditta, che ha rappresentato anche un certo modo di fare televisione e spettacolo, lasciando un segno indelebile. Ma qual è secondo te il segreto che vi ha permesso di durare a lungo nel tempo, tanto da non farvi diventare una delle innumerevoli meteore dissolte nei decenni nel tubo catodico?

All’epoca della nascita de La Premiata Ditta non abbiamo dovuto trovare una formula o un equilibrio, perché sono venuti da sé. Io avevo 19 anni e gli altri quattro o cinque in più di me e quello che portavamo in scena era la forte carica dirompente della giovinezza. Ci piaceva stare a contatto con la gente, più che altro nei teatri, perché in televisione era ed è tutto filtrato. Ricordo che eravamo protesi verso il pubblico, che usciva dai nostri spettacoli sull’onda di emozioni molto forti e con una grande voglia di vivere. E a teatro quest’onda e questo senso di arrivare alla gente lo tocchi con mano. Poi c’è sempre stata una coalizione tra di noi e non ci siamo messi insieme perché qualcuno ci ha suggerito che avrebbe potuto funzionare e che avremmo potuto fare una valanga di soldi. Ai tempi non avevamo di certo grandi budget a disposizione, tanto che il primo spettacolo ce lo finanziò la nonna di Pino Insegno e per allestire quello e i successivi abbiamo avuto moltissime difficoltà. E non ci siamo abbattuti e disuniti nemmeno quando Gianni Boncompagni,, senza alcun preavviso, decise di  chiudere i battenti della trasmissione che ci ha dato la prima grande popolarità, ossia “Pronto, chi gioca?”, per cominciare “Non è la Rai”. Quella fu una vera e propria mazzata, perché all’improvviso eravamo fuori da tutti i giochi. Probabilmente, anzi sicuramente, ci salvò la scrittura. Perché, in tutta questa enormità di mestieri che vanno a comporre il variegato mondo dello spettacolo, se non c’è qualcosa da dire non vive e non sopravvive nulla. E noi avevamo ancora tantissime cose da dire. Eravamo molto caotici e per questo abbiamo cercato una nostra linea. In particolare, io e Francesca Draghetti abbiamo fatto una vera e propria opera da suffragette in tutti questi anni, altro che lotte femministe, togliendo tutto quello che era la comicità accessoria per le donne. Avevamo noi un ruolo e non si trattava di un ruolo diviso in due, perché cercavamo di dare sempre un senso e un motivo alle nostre presenze. Il Trio formato da Lopez, Marchesini e Solenghi, ad esempio, funzionava tantissimo, ma se mettevi un’altra donna tra loro diventava un ruolo diviso in due, cosa che a noi non succedeva. Dunque, credo che se c’è stato un segreto per rimanere uniti, quello è stato proprio il desiderio di dire delle cose.

Qual è il limite che secondo te la comicità non deve oltrepassare per non diventare volgare o fine a se stessa?

Volgare è quando è banale, quando la comicità diventa superficiale o viene utilizzata per denigrare qualcuno e offenderlo profondamente. Per esempio con La Premiata Ditta non abbiamo mai toccato la religione. Non siamo praticanti e nemmeno grandi ferventi religiosi, però non ci andava di andare in territori dove potevamo correre il rischio di scadere in una battuta troppo facile e gratuita, senza la possibilità di un contraddittori e di poterti difendere.

Guardando al panorama odierno c’è qualcuno che secondo te ha raccolto il vostro testimone?

Pensando alla scena attuale e a quella degli ultimi anni forse la comicità di gruppo è andata via via scemando, per non dire scomparendo. Di conseguenza, non penso che vi sia qualcuno che abbia raccolto la nostra eredità. Questo perché dopo di noi c’è stato il boom dei solisti, quindi con tutte le trasmissioni che lanciavano personaggi singoli per sketch di cinque minuti. E quei personaggi nonostante avessero a disposizione delle importanti casse di risonanza come le grandi platee dei programmi televisivi, poi però a teatro deludevano. La famosa scenetta degli anni Sessanta, quella cara a Tognazzi & Co., è purtroppo tramontata. Mi capita spesso di incontrare gente per strada che mi chiede di tornare a fargli risentire quel sapore lì, che forse al cinema è rimasto in piccoli dosi, mentre al teatro fa un po’ fatica a trovare spazio.

È stato difficile ottenere un’indipendenza artistica dopo la Premiata Ditta?

Subito dopo La Premiata Ditta ho debuttato in teatro con uno spettacolo drammaticissimo sul jazz e sui jazzisti, scritto da Cinzia Villari e diretto da Lucia di Cosmo dal titolo “Lover Man”, che dava voce alle madri, amanti e sorelle degli uomini che hanno reso grande la storia del genere in epoche e momenti diversi: da Charlie Parker a Bud Powell, da Chet Baker a Lester Young, passando per Thelonoius Monk e Bix Beiderbecke. Uomini, quelli, che in comune non avevano solo la musica ma anche un’esistenza profondamente tormentata. All’epoca, ossia nel 2004, moltissime persone vennero a vederlo credendo di ridere, ma si trovarono al cospetto di uno spettacolo intenso e molto emozionante. Quindi, sulla carta il problema iniziale era quello di abbattere un certo pregiudizio e disattendere delle aspettative nei mie confronti, creando un ponte che mi consentisse di arrivare anche a chi era abituato a vedermi esclusivamente in vesti comiche. Ricordo che alla fine dello spettacolo  in molti vennero a trovarmi in camerino per dirmi che erano rimasti piacevolmente sorpresi e stupiti.

C’è stato un giro di boa nella tua carriera? Se si quale e cosa è cambiato?

Ripensando alle cose fatte in passato, in particolare con la Premiata Ditta, noto che il mio viso cercava disperatamente solo la risata, senza capire che il passaggio invece doveva nascere da dentro. All’epoca avevo una grande motilità facciale e su quella puntavo. In realtà bisogna capire come prima cosa qual è il momento giusto in cui far ridere e non c’è bisogno di fare smorfie, bensì lavorare sulla parola. In tal senso, il giro di boa nella mia carriera lo ha dato la gravidanza sedici anni fa, che è anche il momento in cui con La Premiata Ditta ha avuto inizio il crash. Attraverso la mia via vita personale ho acquisito un distacco da me stessa, da quell’ansia di fare e di apparire per forza, inseguendo sempre la maniera più giusta e adatta per farlo. Ora, invece, ho iniziato a guardare il mio spettatore in faccia, uno per uno, e gli racconto delle cose. Questo è un grande senso di appartenenza e di rispetto, perché io rispetto il fatto che loro siano usciti di casa e mi abbiano scelto.

In questa fase della carriera quale pensi sia stata la tua più grande vittoria?

Sicuramente quella di essere riuscita ad andare oltre i pregiudizi, che in Italia sono feroci e che vedono un attore comico esclusivamente come un attore comico, incapace di spaziare e toccare altre corde. Un pregiudizio che vuole l’attore impegnato spesso in televisione privato della possibilità di approdare al cinema, poiché è il cinema stesso a rifiutarlo. Ma io penso che un attore sia semplicemente un attore e in quanto tale può e deve potersi misurare con le diverse possibilità offerte dalla recitazione. Nel corso della mia carriera ci sono riuscita, andando a toccare tutta una serie di corde, comprese quelle drammatiche, con le quali ho potuto mettere in evidenza il mio bagaglio artistico. E l’altra grande conquista è stata proprio quella di averle individuate e preservate nel tempo, mettendole sempre a disposizione del testo e dei personaggi che ho via via incontrato lungo la mia strada. Il tutto senza andare a cercare cose macroscopiche, ma puntando sulle piccole cose che possono essere i dettagli o le sfumature.

A questo punto mi viene da chiederti se c’è una corda che non sei ancora riuscita a fare emergere o che non è emersa di te. Se si quale o quali?

Le corde drammatiche mi interessano moltissimo e sono quelle sulle quali lavoro da sempre. Banale è dire che fa ridere il dramma comico, ossia l’uomo che scivola sulla buccia di banana, ma è la verità. Del resto, la comicità con basi drammatiche ha radici che persistono nel tempo, vedi ad esempio Totò che si metteva gli spaghetti nelle tasche. Un gesto, quello, che tutti ricordano e che oltre a far ridere, ti faceva capire tante altre cose.  Insomma, quel mix capace di toccare delle corde profonde, dove in profondità c’è sempre l’uomo e il senso del perché sono qui.Ma più che una o più corde, mi piacerebbe che emergessero delle sensazioni e delle emozioni dalle cose che faccio, come ad esempio quel senso di stupore e meraviglia che si prova davanti a ciò che non si conosce. Da un momento all’altro tutta la vita che conoscevi e tutto quello che eri, non lo sarai più. Ed è questo senso di spaesamento nei confronti di un qualcosa, di un incontro o di un evento, al quale non siamo preparati perché ancorati alle certezze, che mi piacerebbe venisse fuori dalle mie interpretazioni e dalle mie regie.

 Dove ti vedremo nei prossimi mesi e quali sono i tuoi progetti futuri?

Recentemente sono entrata fare parte del nutrito cast di un film dal titolo “Nobili bugie”, uscito lo scorso maggio nelle sale e diretto da Antonio Pisu, dove siamo tutti un po’ co-protagonisti. Io interpreto una componente della servitù di questa famiglia di nobili decaduti. E lì si è venuta a creare quasi un’atmosfera teatrale dove mi sono travata molto a mio agio, perché abbiamo fatto delle vere e proprie prove partendo dal testo, girando poi in un unico ambiente, una villa grandissima alle porte di Bologna. Mentre il prossimo anno sarò in teatro con Cesare Bocci, che vuole portare in scena questo suo dramma personale.

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