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Tiziana Foschi

«Occorre tanto tempo per diventare giovani»

Intervista all’attrice e regista, recentemente nel cast del film “Nobili bugie” e prossimamente a teatro con l’adattamento del libro “Pesce d’aprile”.

di Francesco Del Grosso

 

 

Tutti la ricordano per la lunga e fortunata stagione vissuta con La Premiata Ditta, ma la carriera di Tiziana Foschi è stata questo e adesso è molto di più. Dopo lo scioglimento del popolare quartetto, che ha lasciato un’impronta indelebile nella mente e nel cuore delle platee televisive e teatrali, l’attrice e regista romana sta vivendo una nuova e altrettanto florida fase della sua vita dentro e fuori dal mondo dello spettacolo. L’abbiamo incontrata tra le nevi di Cortina, ospite della 13esima edizione di Cortinametraggio. Occasione, questa, perfetta per fare una ricognizione sul presente, per ricordare il passato e per gettare uno sguardo sui prossimi impegni cinematografici e teatrali.

 

 

Non si può non partire con La Premiata Ditta, che ha rappresentato anche un certo modo di fare televisione e spettacolo, lasciando un segno indelebile. Ma qual è secondo te il segreto che vi ha permesso di durare a lungo nel tempo, tanto da non farvi diventare una delle innumerevoli meteore dissolte nei decenni nel tubo catodico?

All’epoca della nascita de La Premiata Ditta non abbiamo dovuto trovare una formula o un equilibrio, perché sono venuti da sé. Io avevo 19 anni e gli altri quattro o cinque in più di me e quello che portavamo in scena era la forte carica dirompente della giovinezza. Ci piaceva stare a contatto con la gente, più che altro nei teatri, perché in televisione era ed è tutto filtrato. Ricordo che eravamo protesi verso il pubblico, che usciva dai nostri spettacoli sull’onda di emozioni molto forti e con una grande voglia di vivere. E a teatro quest’onda e questo senso di arrivare alla gente lo tocchi con mano. Poi c’è sempre stata una coalizione tra di noi e non ci siamo messi insieme perché qualcuno ci ha suggerito che avrebbe potuto funzionare e che avremmo potuto fare una valanga di soldi. Ai tempi non avevamo di certo grandi budget a disposizione, tanto che il primo spettacolo ce lo finanziò la nonna di Pino Insegno e per allestire quello e i successivi abbiamo avuto moltissime difficoltà. E non ci siamo abbattuti e disuniti nemmeno quando Gianni Boncompagni,, senza alcun preavviso, decise di  chiudere i battenti della trasmissione che ci ha dato la prima grande popolarità, ossia “Pronto, chi gioca?”, per cominciare “Non è la Rai”. Quella fu una vera e propria mazzata, perché all’improvviso eravamo fuori da tutti i giochi. Probabilmente, anzi sicuramente, ci salvò la scrittura. Perché, in tutta questa enormità di mestieri che vanno a comporre il variegato mondo dello spettacolo, se non c’è qualcosa da dire non vive e non sopravvive nulla. E noi avevamo ancora tantissime cose da dire. Eravamo molto caotici e per questo abbiamo cercato una nostra linea. In particolare, io e Francesca Draghetti abbiamo fatto una vera e propria opera da suffragette in tutti questi anni, altro che lotte femministe, togliendo tutto quello che era la comicità accessoria per le donne. Avevamo noi un ruolo e non si trattava di un ruolo diviso in due, perché cercavamo di dare sempre un senso e un motivo alle nostre presenze. Il Trio formato da Lopez, Marchesini e Solenghi, ad esempio, funzionava tantissimo, ma se mettevi un’altra donna tra loro diventava un ruolo diviso in due, cosa che a noi non succedeva. Dunque, credo che se c’è stato un segreto per rimanere uniti, quello è stato proprio il desiderio di dire delle cose.

Credits Ufficio Stampa Cortinametraggio: Storyfinders

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