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VALERIO MASTANDREA «Ero l’attore che mancava, quello che era se stesso»

Ironico e istrionico. Al Bif&st 2019, dove ha ricevuto il Federico Fellini Platinum Award for Cinematic Excellence, ha tenuto una masterclass calamitando l’attenzione di ogni singolo spettatore e ripercorrendo le tappe fondamentali della sua carriera. Ecco il resoconto.

 

di Maria Lucia Tangorra

 

«Non è stata una decisione lucida, è accaduto tutto per caso, ancora dopo tre o quattro film mi ritenevo solo uno studente universitario. D’altronde a 21 anni studiavo e mi piaceva molto anche se non sapevo cosa avrei fatto dopo. Poi ho iniziato a fare alcune apparizioni in televisione e da lì è partito tutto». È incredibile come un percorso nato “per caso” ci abbia regalato uno degli attori più interessanti del nostro panorama, con un volto che parla da sé. «Ammetto che ho fatto poca gavetta e avrei dovuto farne di più. Ho bruciato le tappe perché ero l’attore che mancava, quello che era se stesso, che poteva essere percepito come autentico. Il mercato in quel momento chiedeva quello e io sono riuscito ad accontentarlo, poi via via sono cambiate le richieste. Ad esempio ora, quasi cinquantenne e con tutti i miei acciacchi, sento il tema della malattia che mi ronza attorno! Ho cominciato a metà degli anni ’90 quando non c’era la serialità di oggi» – ha sottolineato Mastandrea – «e si poteva fare ancora un certo tipo di cinema anche se c’era anche tanto cinema d’autore molto autoreferenziale. Poi le cose sono cambiate, è mutata la percezione stessa della Settima Arte. Sono cambiate pure le strutture e il sistema però non sono mai mancati i bravi registi, sceneggiatori, attrici e attori». Lui ne ha conosciuto uno, Claudio Caligari, di cui avverte la mancanza e del quale ha sposato lo sguardo sin da “L’odore della notte” (’98), supportandolo come produttore per concludere “Non essere cattivo”. Ce n’è anche un altro che ha tirato in ballo, molto caro al Bif&st (eletto presidente onorario) e annoverabile tra i maestri. «Mi manca Ettore Scola, mi manca la sua giovinezza e la sua freschezza che nessuno di noi avrà mai». Con lui aveva girato “Gente di Roma” (2003) che ben descrive e attraversa la capitale, restituendone non un’immagine da cartolina, ma molto veritiera, merito anche delle situazioni ai limiti del grottesco. Mastandrea conosce quella città come le sue tasche, fa emergere all’occorrenza il romanesco (è stato soprannominato il “quarto re di Roma”) e quindi ben si inseriva in un cast di grandi interpreti, da Arnoldo Foà a Giorgio Colangeli, tutti chiamati all’appello per fornire un ritratto non scontato.

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Col tempo ha dimostrato una pluralità di linguaggi (compreso quello teatrale – ricordiamo “Migliore” di Mattia Torre, portato in scena per diversi anni). Alla soglia dei 50 ha debuttato come regista di lungometraggio con “Ride” e così si è espresso in merito a quell’esperienza: «sono stato poco ‘coatto’ con la macchina da presa, avrei potuto curare qualcosa di più, soprattutto sul piano tecnico, ma mi interessava maggiormente dire certe cose piuttosto che come dirle». A quest’età, solitamente, tanto più se si viene stimolati, si tende a fare dei bilanci. Mastandrea rimpianti non ne ha rispetto a progetti non andati in porto, però, ha rivelato un aneddoto su un film che avrebbe voluto realizzare: «ricordo che feci il provino per “Il branco”, non fui preso e ci rimasi molto male perché ammiravo Marco Risi e avrei voluto lavorare con lui. ‘C’è qualcosa nel suo sguardo che non mi convince’, si giustificò. Non ho mai capito cosa volesse dire». Ci sono dei bocconi amari da digerire nel corso della carriera, ma siamo sicuri che l’humor insito nel carattere di questo eclettico artista lo abbia supportato in questo.

La masterclass al Bif&st diventa sì un momento per tirare le fila di questi anni e ripercorrerli, ma anche – da pubblico – per ridere fino alle lacrime e lui ha un savoir-faire innato in questo. Ecco che chicca ha regalato in merito ai rapporti col pubblico: «il primo che mi ha avvicinato era uno della Lazio e mi voleva menare perché io sono romanista. Poi so che c’è chi non mi sopporta perché si identifica con me, con la mia normalità e si chiede: ‘perché lui ha successo e io no?’. Una volta, invece, mi capitò, sempre all’inizio della mia carriera, di guidare il motorino di notte, in una strada deserta, quando vengo superato da un altro motorino con un tizio che mi riconosce, rallenta e poi mi dice ‘Ma tu sei l’attore! Bravo, mi piace come lavori! C’ho un po’ d’erba, ti va di farti una canna con me?’. ‘No grazie, io non fumo’, rispondo. E lui: ‘Bravo, grazie, così me la fumo tutta io!’ Quel ‘grazie’ mi colpì molto».

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Mastandrea ha salutato con una dichiarazione d’amore verso il nostro Paese.  Alla spettatrice che gli ha chiesto un consiglio per intraprendere la strada di attrice ha consigliato: «non andare all’estero, resta qui». L’artista ha fondato a Roma la Scuola d’Arte Cinematografica Gian Maria Volonté di cui ha raccontato le origini. «Tutto è scaturito da una chiacchierata, una sera, con Daniele Vicari durante la quale vagheggiavamo di una scuola di cinema che fosse gratuita perché pensavamo dovesse essere un servizio pubblico. Ne è nata una dove si studia il cinema come fosse un mestiere normale e ha uno stretto legame col mondo del lavoro. È diventata in pochi anni una scuola di alta formazione. Oggi c’è chi la gestisce molto bene e io ci vado saltuariamente, il tempo di demotivare i ragazzi e poi me ne vado!», ha concluso scherzando.

 

 

Credits Ufficio Stampa Bif&st: Punto e Virgola

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