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Wim Delvoye, Neogotico Industriale | Red Carpet Magazine

WIM DELVOYE di Umberto Garibaldi

Wim Delvoye (Wervik 1965) artista belga, noto per aver realizzato diverse installazioni anticonvenzionali.

 

Camion, gru e betoniere sono i discendenti di brontosauri e mammut, ma in versione meccanica e addomesticata. La loro estetica è solo funzionale e mette in primo piano forza bruta, ripetitività e frastuono. Poi arriva Wim Delvoye. Li svuota di qualsiasi fatica e li eleva a opere d’arte, trasformandoli in quello che le stesse macchine avrebbero dovuto costruire: leggerissime strutture di ferro intagliato che celebrano la propulsione verticale delle cattedrali gotiche, con le loro volte, gli archi a sesto acuto e i pinnacoli. Come se un bel giorno il Duomo di Milano si ritrovasse su sei ruote motrici. Strumenti che macinano la calce viva diventano gli accordi di un’armonia cosmica. Perché i bestioni “all’uncinetto” dell’artista belga se ne stanno in mezzo a una piazza come slanciate meraviglie e non più come marginali brutture industriali. Un esempio? L’ex dimora di Peggy Guggenheim, ha ospitato una torre di acciaio corten tagliato a laser, con finestre ogivali e punte ispirate a Notre-Dame.

Un’altra svetterà accanto alla piramide di vetro di Pei, al Louvre. «Inizialmente pensavo di erigerla all’interno del museo», spiega Wim. «Ma osservando la torre Eiffel, il cielo e i visitatori, più interessati a starsene all’aria aperta che davanti ai quadri, ho capito che doveva essere piazzata lì». Il gotico non ha nulla d’inquietante per l’artista che abita e lavora a Gand. «Evoca la primavera dell’Europa. Se il Rinascimento è stato un mondo, il Gotico è una mentalità. Tra le trasparenze, i ricami e i piani che si sovrappongono alberga la gioia dello sguardo». Per il momento il progetto che coinvolgerà il museo parigino è solo digitale, ma con questa torre Delvoye intende inaugurare un nuovo stile gotico, “barocco” e riccioluto. La realizzazione può richiedere anni di lavoro. Per Wim infatti, il processo di fabbricazione è fondamentale. «La maggior parte delle opere d’arte contemporanee vede la luce nell’arco di un flash. Noi siamo più attratti dalla qualità, dalla manualità e dal tempo che l’oggetto impiega per raggiungere la perfezione. Il nostro approccio fonde i valori artigianali di stampo medievale con quelli moderni di efficienza e tecnologia». Wim parla sempre al plurale perché il suo laboratorio si avvale di più collaboratori. «Si tratta di una struttura ramificata. Gand è l’epicentro da cui partono le direttive che vanno dalla ricerca dei materiali alle attività computerizzate. Ma i miei assistenti agiscono in qualità di delegati e commissionano il lavoro anche in altre città. Quello che vorrei fondare è una sorta di “parco dei divertimenti” che assomigli al mio sito web». Il corpus delle opere di Wim è infatti visibile su wimdelvoye.be, dove un paesaggio digitale simile a una Disneyland per adulti ci proietta in un mondo a cavallo tra sottile ironia e dissacrante intelligenza. Uno dei segreti del suo successo è proprio questo: spiazzare l’osservatore senza offenderlo, rasentare la volgarità, ma con eleganza.

«L’arte è come la seduzione. Se sei troppo gentile con le persone, finisci per non interessare a nessuno. D’altro canto, essere sgradevoli non ci avvicina mai al prossimo. L’artista deve pertanto mantenere le distanze e rispettare l’interlocutore, stupirlo e legarlo a sé come un amico di cui non si dimentica il nome». Sacro e profano, passato e presente, ornamento e pragmatismo dialogano in un continuo scambio di piani, proprio come capitava nella corrente surrealista. Ma cosa alimenta la follia creativa che accomuna gli esponenti della scena belga? «Il Belgio è sempre stato una zona ricca di scambi commerciali, ma dai confini culturali indefiniti. Non è mai stato una nazione nel vero senso della parola. Le persone non credono nelle istituzioni politiche e questo crea incertezza e inquietudine. Gli abitanti hanno imparato a sopravvivere fingendo di non esserci. Siamo dei pensatori culturalmente aperti: conosciamo Petrarca, i filosofi tedeschi e le opere di Marcel Proust e questo amalgama è un terreno fertile per la creatività. Inoltre la religione cattolica ci spinge ad amare le immagini sacre, le sculture e gli edifici. Quand’ero bambino, ad esempio, pensavo che le persone si inginocchiassero non per venerare Dio, ma la qualità delle statue». Delvoye, che ammette una passione per le bizzarre montagne dipinte da Bruegel e i suoi grotteschi personaggi, dichiara che «essere creativi significa ignorare ogni tassonomia. Tutto è fonte d’ispirazione, da una scatola di cereali Kellogg’s ai dipinti del Pontormo». Oltre alle torri gotiche, Wim vorrebbe realizzare un catalogo delle sue opere in formato album Panini. «Quand’ero piccolo, le figurine sono state il primo passo verso il collezionismo e più tardi, in occasione di un viaggio in Indonesia, rimasi stupito di trovarle appiccicate al tronco delle palme. Pensai “Caspita, il signor Panini è arrivato dove nemmeno mister Coca- Cola è giunto: nella giungla! L’album è per me una metafora di come si comportano le persone durante una fiera d’arte. Non interessa il contenuto, ma i meccanismi di scambio e acquisto». E se non fosse stato un artista? «Avrei voluto essere come Willy Wonka. Amato da tutti senza far nulla per piacere. Anzi…».

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