Quel “silenzio” che trasforma l’architettura in poesia. ANDREA DEZIO / di Giuseppe Savarino

Noi di Red Carpet magazine siamo sempre alla ricerca dei più alti talenti italiani; amiamo raccontare storie che portano in sé una potente forza ispiratrice, come quella dell’architetto siciliano che è riuscito a trasformare il silenzio della sua sordità congenita in vibrante architettura, dove lo spazio e i colori creano armonie uniche. Le difficoltà di Andrea Dezio, oggi brillante e prospero architetto, non sono state poche; nascere sordi tende a creare una bolla di isolamento intorno a chi vive questa condizione. Il suo è stato sin da bambino un percorso pieno di ostacoli il più delle volte di carattere sociale. Eppure l’amore e l’irriducibile caparbietà dei suoi amati genitori, insieme al suo carattere combattivo, sono stati fondamentali per emergere da quel silenzio un tempo fatto di paure, isolamento, incomunicabilità.

Nella sua vita non sono mancati bullismo e discriminazione e si rimane senza fiato nel sapere che, più di un paio di suoi ex docenti hanno fatto parte di quel quadro desolante; vorremmo non immaginare mai ciò che può provare un adolescente nel vedere un muro al posto di un riparo. Ma come ogni bella storia che si rispetti, dopo tanto combattere arriva quella luce confortante fatta di successi, traguardi e una rafforzata voglia di comunicare bellezza attraverso i suoi progetti. La sua cifra stilistica esprime gioia di vivere e un raffinato senso della luce, della proporzione e una particolare attenzione al dettaglio; leggerezza e armonie cromatiche fanno di lui uno dei più ricercati architetti del momento.

Andrea Dezio in uno dei suoi salotti di design
Architettura; la passione oltre ogni ragione.


Le superiori volgevano al termine; era arrivato il momento di fare una scelta e l’idea di intraprendere architettura era per me un chiodo fisso; – “architettura o niente!” – dicevo a me stesso. Iniziai non senza difficoltà quel percorso, mi ero finalmente iscritto nella facoltà dei miei sogni. Il primo anno lo feci ad Agrigento, una parentesi bellissima, una città dove ho conosciuto delle gran belle persone, poi proseguì gli studi nella facoltà di Palermo. Ricordo le battaglie per accaparrarmi i primi posti vicino alla cattedra, ma non ero disposto a chiedere permessi speciali per stare lì davanti, non volevo sentirmi diverso. Durante i miei studi non sono mancate le incomprensioni, cambiava la forma, ma non la sostanza. Una mia docente mi diceva senza mezzi termini: “io non ti capisco”.
Un’altra mi metteva in difficoltà perché non provenivo da una scuola con basi scientifiche o almeno quella era la scusa ufficiale. Diciamo che non ho mai avuto sconti, e mai ne ho voluti. Mi sono sempre preso in faccia la realtà. Per molte persone è più facile ignorare che affrontare.