di Vittorio Barbieri

‘Diya’ e la moneta del sangue. Il Ciad al TFF per la regia di Achille Roinamu

La vita di Dane (Ferdinand Mbaïssané), autista di N’Djamena, procede tranquilla. Fino al momento in cui una distrazione lo porta a commettere un tragico incidente che spezza la vita di un bambino.  

Accusato di omicidio dalla famiglia, Dane viene coinvolto nella diya, un debito di sangue che se non saldato porterebbe inevitabilmente all’assassinio di un suo familiare. Il film si trasforma così in una corsa contro il tempo. Colpa e redenzione si intrecciano, coinvolgendo il pubblico in un’odissea disperata attraverso le distese del Ciad.

Ronaimou racconta la realtà centro-africana con la sensibilità tipica di un etnologo. Sono i costumi locali ad affiorare come pietra angolare della narrazione, senza che essi siano mai oggetto di sterili condanne morali. La sceneggiatura, misurata e curata nei dettagli, rinuncia ad una facile spettacolarizzazione della tragedia.

Differenziandosi da altre opere affini, in Diya la tensione non nasce da un uso gratuito del sangue, ma dai fallimenti e dalle umiliazioni che ingabbiano progressivamente il protagonista e la sua famiglia.

Tuttavia, pur conservando per l’intera durata un registro realistico e credibile, il film talvolta si spinge oltre i limiti nel cercare di catturare l’attenzione dello spettatore. Ciò culmina in un colpo di scena finale che risulta leggermente artificioso, che però non compromette la solidità dell’opera.

Il sipario del dramma si apre sulle aride strade di una N’Djamena opprimente, simbolo del caotico isolamento e della fragilità che ogni giorno pesa sulla vita degli abitanti.

Ronaimou valorizza con acume la complessità culturale del Paese, traducendola in un ritratto visivo che mette in scena il costante confronto tra modernità e tradizione che attanaglia il popolo ciadiano.

Dane è un uomo straziato sia dalle conseguenze dei propri gesti sia dalle regole non scritte che governano la sua comunità. In questo ruolo, Ferdinand Mbaïssané dà prova di grande delicatezza ed empatia, restituendo con autenticità tutte le sfumature del dolore senza mai scivolare nell’iperbolico.

Meno incisivo risulta invece Youssouf Djaoro. Il suo personaggio sembra più funzionale a incarnare un principio culturale inflessibile rispetto ad un padre realmente colpito dalla perdita. Di contro, Moussaka Zakaria Ibet si distingue nel ruolo di Oumaru, costruendo un antieroe logorato dalla vita e incarnando con verosimilianza una malavita figlia della sopravvivenza.

Diya è una pellicola che esplora l’inerzia delle convenzioni sociali, rivelando come un singolo sbaglio possa aprire un baratro dove giustizia e crimine si mescolano. Ronaimou non propone redenzione né condanna, ma osserva la complessità ineludibile dell’essere umano lasciando nello spettatore una profonda inquietudine che non può lasciare indifferenti.

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