di Gaia Serena Simionati

ULYA per la visionaria regia Viesturs Kairiss è una storia vera. Oltre che toccante, sa di individualità, appartenenza, accettazione del sè anche se attraverso una visione onirica, quasi impalbabile. E’ inagibile. Come la sua vita.

Dopo 10 minuti di standing ovation a Cannes, arriva ora alla Festa del Cinema di Roma nella sezione Progressive Cinema. Il film è candidato per la Lettonia agli Oscar nella sezione Miglior Film Internazionale.

Altezza mezza bellezza.

Ma il detto non è sempre vero! Dipende delle epoche, dai contesti culturali e da quanta altezza c’è in più! Se fuori norma.

Uljana Semjonova nasce nella campagna lettone ai tempi dell’Unione Sovietica. È affetta da acromegalia. Cresce e cresce fino a diventare alta 2 metri e 13 centimetri. Invece di abbattersi, Ulja fa della sua condizione un punto di forza. Diventa infatti una delle più celebri giocatrici professioniste di pallacanestro tra la fine degli anni ’60 e la fine degli anni ’80.

Ulja

La forma è contenuto!

In questo caso la prima veste un elegantissimo e sfuocato bianco e nero. Il secondo narra meraviglioso una storia di malattia che racconta una forma di diversità. Non solo fisica.

A questo miracolo – una storia vera di rinascita al femminile che bypassa bullismo, umiliazione, isolamento – contribuisce non solo la performance soprendente del co sceneggiattore e primo attore Kārlis Arnolds Avots. Da Oscar per la naturalezza, la semplicità e l’eccelso lavoro eseguito sul corpo. Seppur gigante., prende altra forma altri ritmi. Egli è stato inoltre caro amico, vicino della protagonista. E il bene si vede.

Ma oltre a ciò: la ‘grandezza’ attoriale – anche di tutti gli altri – c’è la pallida, granulosa fotografia di Wojciech Staron spesso anamorfica, torbida quasi rinascimentale.

Unita alla musica delicatissima di PUULUUP e alle scenografie di Ieva Jurjane essa dona dei confini slabbrati proprio come quelli delle campiture cromatiche indefinite del connazionale Rothko in cui lo spirito prevaleva sulla materia. Li grandi stesure di colore puro e sfumato — rettangoli orizzontali sovrapposti – sembrano fluttuare sulla tela.

Lo stesso avviene qui dove i contorni dell’esistenza di questa persona non sono netti.

Ogni fotografia è un quadro. Un’opera d‘arte poetica, solitaria, sublime. Con o senza i protagonisti, anche i pasesaggi assistono eleganti e silenti al dolore di questa donna. Ma anche alla sua forza e alla rivincita di quello che oggi si chiamerebbe un underdog. Rifiutata, senza amore, additata trova rifugio negli animali. E’ una donna, ma sembra uomo. E’ umile, ma diviene una campionessa mondiale. Nasce e cresce nascondendosi protetta solo da natura, famiglia. Si afferma in tutto il mondo e conosce i sistemi che la sfruttano. Pare ingenua ma si rafforza negli anni. E’ un’engima

Ma una volta tornata a casa, Ulya comincia presto a rendersi conto che la vita nel suo paese natale non è poi così diversa dal mondo del basket. Anche qui è utile grazie alla sua forza e alla sua altezza. Non solo! Ulya sente di essere cambiata come persona. Dopo aver accettato il fatto che al mondo non esiste una Ulya bassa, è giunto il momento per lei di chiedersi: cosa vuole? Continuare a nascondersi sotto gli alti alberi del Latgale o diventare la migliore giocatrice di pallacanestro del mondo?

ulya


La sua esistenza, protetta ma isolata, viene sconvolta quando il mondo moderno irrompe nel villaggio e la trascina sotto i riflettori dello sport professionistico. Catapultata in una nuova dimensione, la giovane si ritrova a essere osservata, giudicata e sfruttata per il suo corpo eccezionale. 

Sotto le pressioni di una leggendaria squadra di basket femminile, deve capire se quella fisicità fuori misura sia una condanna o l’unica possibilità di trovare un posto nel mondo. Ma quella che sembra una storia di sfruttamento si trasforma progressivamente in un percorso di affermazione.
Grazie a una forza di volontà incrollabile e a un talento atletico sorprendente, la ragazza impara ad adattarsi e a dominare il gioco, conquistando il proprio spazio in un sistema che inizialmente la voleva solo come spettacolo. La sua ascesa si intreccia con le dinamiche della Guerra Fredda, trasformandola non solo in un’atleta straordinaria, ma anche in un simbolo e in uno strumento di potere.
Una donna-gigante che, sfidando ogni limite, riesce a ridefinire il significato della propria diversità. E anche dell’essere donna!

Note del regista
Tutto è iniziato con l’attore Kārlis Arnolds Avots. Quando l’ho invitato a unirsi alla mia compagnia teatrale, quella è stata la nostra primissima conversazione in assoluto. Mi ha detto che il suo sogno era interpretare Ulyana Semjonova. All’epoca stavamo parlando di teatro.

Qualche anno dopo, mentre stavamo girando il nostro film precedente, January, ho sentito Kārlis condividere con grande passione questa idea con il direttore della fotografia Wojtek Staroń durante una pausa. L’ho ascoltato e all’improvviso ho capito che non si trattava di uno spettacolo teatrale, ma di un film. A teatro, l’idea sembrava realizzabile. Al cinema, sembrava impossibile. Ed è stato proprio in quel momento di impossibilità che per me tutto ha avuto senso.

Il processo di ripresa mi è sembrato un sogno costantemente interrotto. Abbiamo cercato soluzioni poetiche per riflettere il mondo interiore di Ulya, cercando di entrare nella sua mente, nei suoi pensieri, nelle sue sensazioni — per essere il più soggettivi possibile. Paradossalmente, la storia si è evoluta nella direzione opposta: da qualcosa di profondamente personale a qualcosa di universale. La storia di Ulya è diventata una storia che riguarda tutti noi.

Una persona porta sempre dentro di sé un vago paesaggio interiore, come un ricordo. Per me, quel paesaggio interiore è la Latgale, la terra della mia infanzia nella Lettonia orientale. Lo stesso luogo in cui Ulya è nata in un piccolo villaggio e dove in seguito è stata scoperta da professionisti dello sport. Comprendo profondamente questo paesaggio, che è diventato la chiave del linguaggio poetico del film. Abbiamo iniziato le riprese in Latgale, e questo ha plasmato l’intera estetica del film. È diventato come un sogno del mondo interiore di una persona.

Ciò che rende questa storia particolarmente personale per me è che il film è ambientato nell’anno in cui i miei genitori si sono conosciuti. Mio padre era un fotografo amatoriale e io ho ereditato cinque scatole dei suoi rullini. Molte scene e l’atmosfera generale del film traggono ispirazione diretta dalle sue fotografie.

I successi di Ulja

Il film intreccia il privato di Uļjana Semjonova, leggendaria cestista lettone famosa per la sua statura eccezionale, negli anni della Guerra Fredda, a successi pubblici. L’elegante pellicola è quindi interamente ispirata alla commovente e resiliente vita, oltre che alla straordinaria carriera di Ulja, una delle sportive più dominanti della storia della pallacanestro femminile mondiale.

Nata nel 1952 in una comunità rurale di “Vecchi Credenti” russi nella Lettonia sud-orientale, Ulja spiccava per la sua straordinaria altezza, arrivando a superare i 2,10 metri. Trasferitasi a Riga, entrò nella storica squadra del TTT Riga, con la quale vinse ben 15 Coppe dei Campioni consecutive. Con la nazionale dell’Unione Sovietica vinse due medaglie d’oro olimpiche (Montréal 1976 e Mosca 1980) e tre campionati mondiali, rimanendo imbattuta nelle competizioni internazionali per quasi vent’anni. Fu persino la prima donna non statunitense a essere inserita nella prestigiosa Naismith Memorial Basketball Hall of Fame

Ulja

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