di Gino Morabito

Red Carpet Magazine non smette di migliorarsi, si rifà il look digitale e mette online un sito web dall’accattivante impatto visivo e più che performante. A tenere a battesimo la neonata creatura editoriale della G Event Communication di Umberto Garibaldi quattro padrini d’eccezione: attraverso le voci di Ermal Meta, Laura Pausini, Matilda De Angelis e Rosario Fiorello, il racconto del 71° Festival della canzone italiana e di un Paese, il nostro, che si è riappropriato della fierezza, del coraggio, della speranza.

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La musica non si ferma, il mantra recitato dalle donne e dagli uomini inglobati dal piccolo grande mondo dello spettacolo dal vivo. Si accendono i riflettori su Sanremo e la cronaca delle telecamere si sofferma sui maestri d’orchestra che fanno da pubblico, e una platea di poltrone vuote. Braccioli che si alzano e si abbassano, come ironizza il “Ciuri” nazionale. Al teatro Ariston si sta celebrando il rituale del Festival, ma, per la prima volta nella storia della kermesse canora, è cambiata la liturgia: quest’anno si applaude da remoto. Decine di milioni di persone con un picco anagrafico tra gli under 20.

Ragazzi che, nel rispetto delle regole vigenti, hanno smesso di relazionarsi tra pari e si alienano sempre più in quelle confortevoli solitudini domestiche. L’intervento accorato di un inedito Fiorello.

«Ho una figlia adolescente e mi fa dolore. È l’età più bella della nostra vita, dove iniziamo a vivere. Per me il periodo più bello erano quei quindici minuti della ricreazione, andare al cinema il pomeriggio con gli amichetti, aspettare la più bella della terza C e io potevo andare a vederla.»

La drammatica familiarità con il termine “lockdown”, gli abbracci vietati, i sorrisi dietro le mascherine. Un periodo durante il quale abbiamo incontrato la paura e conosciuto l’amore. L’amore per i gesti semplici, il capovolgimento della piramide dei valori, la trasformazione radicale del concetto di “tempo perso” in “tempo speso”.

Intere ore trascorse sui social, diventati a tutti gli effetti l’impietoso tribunale mediatico che assolve e condanna. Uno spazio impalpabile, tremendamente reale, in cui ricercare il consenso, emettere giudizi, denunciare.

L’attrice e musicista Matilda De Angelis, una delle giovani artiste più in vista del momento, rivelazione di film e serie tivù di successo, co-conduttrice del Festival e prossima al debutto mondiale di Leonardo, si schiera apertamente contro gli schemi preposti riguardo al concetto di femminilità.

«Da piccola cercavo di nasconderla in ogni modo, rasandomi i capelli e vestendomi male! Mentre la società ci impone i suoi canoni solo per risultare piacevoli allo sguardo, per me è femminile la donna che ha dei contenuti. Vorrei non dovessimo aderire per forza a canoni prestabiliti e non dovessimo più lottare per la discriminazione di genere.»

Ancora i temi della discriminazione, della diversità, affrontati nella lirica di Ermal Meta.

«La storia è sempre la stessa: casa nostra, casa loro; terra nostra, terra loro; mare nostro, mare loro… Si ha paura di ciò che non si conosce, del diverso. Credo, invece, che il movimento dell’umanità sia essenziale, come il sangue che circola. Perché il sangue deve circolare. Io ne sono la testimonianza. Ho lasciato la mia terra a tredici anni, senza sapere che cosa avrei fatto, cosa mi avrebbe aspettato. Sapevo solo di dovere andare via, per un bene più importante.»

Il riscatto, la solitudine, le più intime sfumature dei sentimenti. Il cantautore dalle origini albanesi intercetta quella gamma di emozioni che ti prendono allo stomaco, perché vere, e ti colpiscono sul vivo, come uno sparo in pieno petto. Una poetica declinata nella sensibilità, ancora più acuita, di vedere gli ultimi, gli invisibili; ora descrivendo l’amore con la delicatezza di chi lo conosce e sa come prendersene cura.

Amore raccontato in Un milione di cose da dirti, sul palcoscenico dell’Ariston, e cantato oltreoceano dalla rivelazione italiana dei Golden Globe 2021. Una voce consacrata al successo e impermeabile a qualunque accento alieno da quello di Solarolo, fin da quando saliva le scale di casa per richiudersi la porta alle spalle e cantare bambina davanti allo specchio.

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Una carriera sfolgorante di successi e Laura Pausini si rimette ancora in discussione e pubblica Io sì (Seen), il tema principale di “un film con il cuore e il cervello”. La narrazione di uno di quegli incontri che possono cambiare la vita e, in certi casi, salvarla.

«È una storia che racconta la diversità, il pregiudizio, l’abbandono, la solitudine, visti da due differenti punti di osservazione: gli occhi di Momo, un bambino senegalese di dodici anni, che vive di furti e di piccoli espedienti nelle strade di periferia di una città italiana e che ha già imparato come va il mondo, e quelli di Rosa, una donna che ha patito gli orrori dell’Olocausto.»

Un intenso dialogo fra i due protagonisti, da cui emerge forte il bisogno di sentirsi importanti, unici.

«Non i migliori, ma gli unici. Unici perché diversi. Unici nella vita.»

La vita del nostro Paese, la società, il costume, osservati dall’occhio indiscreto di un grande fratello che, da casa, si erge a giudice e imputato, vittima e carnefice di uno spettacolo che, come Il carrozzone di zeriana memoria, va avanti da sé.

Il Festival sfila in passerella sul Red Carpet e a me, con l’onore e l’onere del ruolo di caporedattore, non resta altro che essere cronista fedele degli eventi mirabili a cui mi accade di assistere.