Dwyane Jhonson e Bennie Safdie alimentano una divertente, commovente, contraddittoria narrazione triste: ‘The Smashing Machine’.
In questo film il regista Safdie, mutilato del fratello, si fa gioco dello spettatore.
Prima rendendolo edotto sul wrestling e MMA discipline marziali miste. In pratica botte da orbi, anni 2000 in America.
Poi svelando i retroscena di una vita particolare, donata e messa a nudo dal protagonista: il famoso lottatore e wrestler Mark Kerr, in modo generoso e senza filtri.
Terzo perché dietro dietro a una montagna di muscoli, sudore e fatiche agonistiche c’è un cuore tenero, un uomo fragile, un campione non solo sul ring, ma anche della vita. Per quanto è riuscito a fare: ad auto distruggersi, arrivato sul punto di morte, per poi riesumarsi e salvarsi da se stesso. Droghe, cocaina, alcol, steroidi, anabolizzanti. Questi i suoi più difficili avversari fuori e dentro il ring.
Mark, e lo si capisce bene dal film, è riuscito a disintossicarsi dalle sostanze antidolorifiche e oppioidi vari. Questi che gli permettevano inizialmente di sopportare i dolori causati dalle botte subite, dagli allenamenti stressanti, oltre che da una vita amorosa difficile. Essi non sono serviti però ad anestetizzarlo da un rapporto sentimentale che, a volte, può essere più tossico di farmaci e droghe.
La fidanzata Dawn Staples (Emily Blunt) ha spesso compromesso per gelosie e dinamiche di coppia, le sue gare e la stabilità del campione. Da li un divorzio annunciato. Era un matrimonio che in comune aveva forse solo l’uso di sostanze.
Il film conquista per la proposizione continua di emozioni, sempre in primo piano, autentiche e ben espresse da Dwyane Jhonson che stavolta è riuscito perfettamente ad uscire dallo stereotipo e dalla gabbia in cui anche Hollywood ha amato rinchiuderlo.
Nella sua ottima prova attoriale Jhonson ha dimostrato a tutti che spesso i produttori e registi si sbagliano su di lui. Dare una possibilità anche a chi viene visto solo come un blockbuster role, macchina da soldi, anziché possibile produzione di contenuti autoriali, è una necessità. Oltre che un vantaggio.
I due, Jhnson – Kerr, hanno forse in comune una cosa a parte gli evidenti, enormi, lucidi muscoli e corpi saettanti ingombranti e curatissimi fino allo spasmo. L’essere entrambi stati fraintesi.
Il primo dalle etichette in cui Hollywood incasella. Il secondo dall’amore
Buon box office non mente. Ma nemmeno Mark Kerr.
Pugno più. Pugno meno.
Vince il Leone d’Argento
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