di Gaia Serena Simionati


The Guest alla Festa del Cinema di Roma per l’ottima e intensa regia di Mads Mengel

Vorrei essere parte delle vostre vite. Non vorrei essere solo un “ospite”!

Ci sono persone che non sono mai state invitate nelle nostre vite. Eppure ce le ritroviamo come macigni ingestibili, onnipresenti e devastanti. Spesso queste sono persino madri o padri, le persone che dovrebbero amarci di più al mondo e che invece entrano a gamba tesa nei nostri rapporti, scelte e emozioni.

Con queste premesse e senza spoilerare si apre ‘The guest’.

Si apre bene, fin dalla prima immagine ironica in autostrada – che lascia presagire qualcosa che non va – questo preoccupante film che lavora sulle relazioni familiari. Spesso tormentate, ingestibili, apertamente drammatiche. E lascia attoniti dalla profondità e commozione. ben accompagnate dalle musiche di Lasse Aagaard, mai invasive.

L’impotenza è il sentimento primario di fronte al vissuto del protagonista che si basa su fatti reali. Esso poi passa fasi diverse come la rabbia, la frustrazione, il compromesso

«Perdonare significa assumere un’identità più ampia rispetto alla persona che è stata ferita per prima…».

Il poeta David Whyte ne coglie l’essenza.

Il perdono qui non significa giustificare o dimenticare. Significa crescere fino a diventare un sé in grado di accogliere sia la ferita che il dolore che l’ha plasmato.

Profondo. Dilaniante. Autentico.

Il film racconta il peso che i figli a volte devono portare che deriva dai genitori. Spesso si cerca di fare di tutto per rompere quel triste circolo vizioso, ricco dei loro errori, paranoie, malattie, difficoltà, egoismo che, ignari o meno, ci hanno passato.

La sinossi

I giovani Karl ed Emilie, ora neogenitori, non vedono l’ora di trascorrere un fine settimana intimo in un hotel sul mare. Li hanno in programma di annunciare il nome del loro bambino e dargli così ufficialmente il benvenuto al mondo. Il giorno prima della festa, però, si presenta Vibeke, la madre di Karl, con cui lui non aveva contatti da anni. E ovviamente non era stata invitata.

Mentre Karl (bravo Simon Bennebjerg) è furioso, la sorella Rikke (ottima Josephine Park) vuole invece darle una seconda opportunità. Man mano che passa il tempo però salgono le tensioni, le incomprensioni i riappare il vecchio schema e le dinamiche familiari tossiche – da tempo sepolte – riemergono di fronte ai suoceri confusi e agli ospiti incuriositi e scioccati.

Quella che inizia come una festa si trasforma gradualmente in un confronto con il passato, costellato di passi falsi, ferite irrisolte e momenti di sorprendente calore.

“The Guest” è un dramma dalla spiccata acutezza osservativa sui ruoli che ereditiamo, sulle persone che cerchiamo di diventare e sull’impossibilità di sfuggire completamente alle nostre origini. Raccontata con umorismo e sensibilità, è la storia di una famiglia che cerca di restare unita quando tutto inizia a cadere a pezzi.


Le parole profonde del regista e della sua esperienza

A prima vista, “The Guest” potrebbe sembrare una storia sulla malattia mentale all’interno di una famiglia. Per me, invece, tratta in modo più profondo del tema dell’eredità, degli schemi emotivi che assorbiamo prima ancora di avere le parole per definirli. Dice inoltre della responsabilità che ci assumiamo una volta che le abbiamo.

Mi ha sempre interessato il modo in cui gli schemi emotivi si trasmettono all’interno delle famiglie, specialmente quando non esiste un linguaggio per descriverli. Avendo sperimentato in prima persona come la malattia mentale possa plasmare le dinamiche familiari attraverso le generazioni, sono diventato sempre più consapevole di come anche il silenzio e l’incomprensione possano essere ereditati. L’assenza di comprensione può influenzare le relazioni tanto quanto la malattia stessa, creando distanza e risentimento inespresso che possono persistere attraverso le generazioni.

L’idea che ereditiamo più di quanto ci rendiamo conto mi accompagna da anni. Non solo la paura di ripetere il passato, ma anche la responsabilità che deriva dal prenderne coscienza. Diventare padre ha cambiato la mia comprensione di quella responsabilità. Essere genitori non significa essere integri; significa assumersi la responsabilità di ciò che si trasmette. Comprese le proprie fratture.
Questo film non vuole dare una diagnosi a nessuno.

Si tratta di ragionare sullo spazio fragile che separa genitori e figli. Dove finisce la persona e dove inizia la malattia? Come si fa a provare amore e risentimento allo stesso tempo?


Vibeke è l’eccelsa Trine Dyrholm


Meravigliosa, intensa e naturale. Oggi Trine Dyrholm è una delle attrici più acclamate e premiate del nord europa. Vera e propria maestra nella recitazione, affronta ruoli impegnativi e variegati. La sua carriera spazia infatti dalle produzioni internazionali di grande rilievo, al cinema e alla televisione scandinavi d’avanguardia.

Con il meraviglioso lavoro di Thomas Vinterberg: “La festa” vincitore del Premio della Giuria al Festival di Cannes critica e pubblico definitamente accolgono il suo talento. Nel 2016, la Dyrholm ha collaborato nuovamente con Vinterberg e ha ricevuto anche l’Orso d’Argento come Migliore Attrice al Festival Internazionale del Cinema di Berlino per la sua interpretazione in “The Commune”.

Anche qui perfettamente diretta, autentica e credibile, si conferma come una delle interpreti più formidabili del cinema odierno.

Prodotto da Victor Cuhna Monolit films

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