La Lobularia maritima, (detta anche fiore del miele) è un piccolo fiore bianco che costella e riveste i colli di Tharros, inondando ovunque un magico profumo di miele.
Diviso in due colline a strapiombo sul mare, il parco archeologico di Tharros vanta, oltre a profumi dionisiaci, una vista marittima mozzafiato. Li capitelli italici, presenze di templi, battisteri, decumani, strade romane, fenice e nuragiche (XV e XIV sec a.C).
Persino le ‘spa’ vista mare, già all’epoca romana così ‘vip’, dotate di Apodyterium, lo spogliatoio, Calidarium, Tepidarium e l’Hypocaustum, il geniale sistema di riscaldamento usato nell’antica Roma, consistente nella circolazione di aria calda entro cavità poste nel pavimento e nelle pareti del luogo da riscaldare. Solo appannàggio dei superricchi. Alla faccia della flextax!
Più avanti esiste un Tofet. Era un’area a cielo aperto in cui la deposizione di urne cinerarie contenenti le ceneri di bambini, pare per intento ahimè sacrificale.
Tutto questo con un ‘time span’ di oltre due millenni di storia, colloca le rovine dell’antica città, fondata nell’VIII secolo a.C. sorte a sud della penisola del Sinis, nel territorio di Cabras.
Tharros è quindi un concentrato di vite e bellezza. Fu insediamento nuragico, emporio fenicio, fortezza cartaginese, urbs romana, capoluogo bizantino e capitale arborense.
Il ‘museo all’aria è un anfiteatro naturale affacciato sul mare e delimitato dall’istmo di capo san Marco in cima al quale vi è la testimonianza più antica, i resti del villaggio nuragico, abbandonato prima dell’avvento dei fenici.
Amsicora, di cui racconta anche lo storico romano Tito Livio, è una delle figure più affascinanti della storia della Sardegna.

Descritto dalle fonti come il più ricco tra i proprietari terrieri dell’Isola nel III sec a.C., essa era divisa in due situazioni politico-amministrative differenti, ma coesistenti.
Da un lato le città stato di Cartagine. Dall’altro le catene montuose delle tribù nuragiche che, seppur ormai tolleravano la presenza dei Sardo-punici nel meridione, conservavano una indomabile ostilità rispetto ai romani.
Mentre Annibale vinceva nella penisola, Amsicora, con Annone di Tharros, guidò la rivolta delle città costiere contro i romani (215 a.C). Essa divenne nota come Bellum Sardum.
Il militare-latifondista, infatti, riuscì ad ottenere l’appoggio dei cosiddetti Sardi Pelliti. In particolare delle tribù degli Iliensi, presso cui si recò a cercare rinforzi per affrontare i nuovi dominatori romani.
I senatori di Cornus, città di cui Amsicora era il magistrato supremo, inviarono degli ambasciatori a Cartagine perché intervenisse al fianco dei sardi. Essendo a conoscenza dei fatti accaduti in Italia, volevano approfittare dell’avanzata di Annibale nello stivale per colpire Roma in Sardegna.
Da Cartagine, così, arrivò Asdrubale il Calvo, al comando di circa diecimila soldati. Ma le navi cartaginesi, giunte ormai in vista di Cornus, furono spinte dai venti verso le isole Baleari. Nel frattempo i romani si organizzarono e il console Tito Manlio Torquato radunò a Cagliari due legioni marciando poi verso Cornus. Il console affrontò a viso aperto le poche truppe guidate
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