di Gaia Serena Simionati

Zamora, un film dai sentimenti puliti, perduti. Un tuffo comico e nostalgico di eleganza e bien vivre. Una Milano che sembra quasi bella.

Così tra astinenza, restaurazione e nostalgia di un’epoca che fu – i ruggenti anni 60 – nasce l’esordio alla regia di Neri Marcorè.

Zamora è quindi un film poetico, ironico, alla riscoperta del sé e della crescita personale, leggermente autobiografico, dannatamente elegante.

neri marcore

GSS: Attenta ricostruzione storica. Ambienti ovattati. Ottimi i costumi. Zamora è un film visivamente accattivante. Ricco di un’eleganza rara nei film italiani. Curare tutto così non è da molti, specie agli esordi. O sbaglio? Chi ha aiutato?

NM: Grazie. Mi sono fatto aiutare molto. Abbiamo discusso e ho un team che conoscevo già. Ci avevo già lavorato in passato. Sono stato in grado di trovare le persone giuste. Per il resto tutti molto professionali. Niente è casuale ed è frutto di studio, di confronto tra capi reparti in primis.

Francesca Bocca, Cristina Audisio, le acconciature di Antonio Affidato e facendo fare ai vari reparti, trucco, parruco, scene si delega. Sul set si pensava già come tradurre, secondo una linea generale, la sceneggiatura.

Se pensi agli anni 60 si tendeva anche ad avere certi mobili, molta formica, il giallino dei tavoli. Anche tutta questa luce di oggi non c’era nelle case. Si tendeva a risparmiare. Da piccolo, nei cassetti le candele, che si usavano spesso, assieme alle torce. Quella era una cifra visiva, tipica. Nemmeno le città erano tutte così illuminate come oggi.

I costumi poi che abbiamo scelto, prima li abbiamo provati, li abbiamo visti indossati da personaggi di varie tipologie. Impiegati, operai e gente che comunque lavora; quegli abiti bellissimi ti catapultano immediatamente nell’epoca, nello spirito degli anni sessanta.

Quindi con Cristina Audisio abbiamo fatto uno studio sulla palette di colori che potessero uniformarsi a quelli del film e a quella appunto della fotografia di Duccio Cimatti. Quindi anche lì quel rosso mattone, appunto quel giallo, ocra sono sono frutto di una scelta, la volontà di individuare i colori del film in quella gamma, rispetto a un’altra. Soprattutto vedendo la fotografia

Del resto sapevo che potermi affidare a loro era un grande privilegio, un lusso.

GSS: Scusa la domanda tecnica. Duccio Cimatti il DOP, come ha reso ‘rotonda’ ‘borotalcata’, un pò fanè la fotografia? A livello tecnico cosa ha usato? Volevi riflettere anche la capacità di creare / gettare quella stessa luce su un periodo di cui si ha grande nostalgia. Quella gentilezza, anche tra esseri umani, estinta. Quel lavoro, diciamo ricostruttivo, di luci e fotografia, ce lo fa rivivere appieno. Offre speranza?

NM: Duccio ha usato molte lenti diverse, focali. Si sceglie in base a come si vuole raccontare. Una lente più corta quindi con un ampiezza maggiore. Abbiamo girato in anamorfico. Quella proposta l’aveva fatta Duccio e tecnicamente diciamo, è una caratteristica di vedere magari più sfuocato dietro, sul fondo, immagini che così già appaiono più morbide, rispetto a chi sta in primo piano.

Questa è una proposta che ha fatto lui ed è molto bella. A tal proposito all’inizio volevo girare in bianco e nero, perché secondo me si addiceva agli anni sessanta. Mi dicevo è tanto che non si vede un film in bianco e nero. Per fortuna non è andata così, perché nel frattempo è uscito il film della Cortellesi, che evidentemente aveva avuto la mia stessa idea. Ovviamente essendo uscita prima, era avvantaggiata. Adesso avremmo solo un altro film in bianco e nero, quasi un clone.

GSS: E per fortuna, perché il suo film è in bianco e nero si ma, scusa se mi permetto, non traduce l’epoca. Cioè non è che il bianco e nero di per sè, dia la sicurezza di riuscita nel riportare al passato

NM: infatti sono felicissimo che abbiamo scelto questa strada. Agostino Saccà (n.d.r il produttore Pepito) che mi ha consigliato, mi diceva che poi non sarebbe passato in televisione in bianco e nero. Quindi quella è stata una ragione per cui comunque era meglio andare sul colore. Come dicevamo i vestiti, gli ambienti sono delle colonne portanti del film, quindi il colore è stato un valore aggiunto.

GSS: La palette cromatica era tutta di colori tenui, corrisponde all’animo dei protagonisti? Nella ricostruzione del passato le facce così antiche, come Alberto che sembra perfetto. Un casting efficace?

NM: Studiando gli ambienti abbiamo trovato i colori giusti anche degli abiti e delle acconciature. E’ stato fatto un lavoro, diciamo di equipe.

Hanno proposto ovviamente degli attori, delle attrici che ho potuto scegliere. A parte quelli che ho portato io direttamente per coprire alcuni ruoli. Ho chiesto a Giovanni Storti, Giacomo Poretti. Due nomi, amici, in grado di essere disponibili quando avremmo cominciato a girare.

GSS: irriconoscibile oggi, anche solo per come era pettinato in modo diverso dal film. Bravissimi quindi anche nelle modifiche

Negli altri casi, come anche Alberto, non lo conoscevo prima. Quindi grazie a chi me l’ha proposto insieme ad altri attori. Poi l’ho scelto. Si pareva subito perfetto.

GSS: Si è capito dalla dedica iniziale che avevi un legame profondo con Roberto Perrone, l’autore del libro. Nel film c’è una forte ironia, ma anche una certa malinconia. Giocando su questo doppio binario, che un po’ anche il tuo carattere, volevo capire quanto ti sei discostato dalla storia. In sostanza ironia e tristezza dei personaggi c’erano già?

Nm: Nel libro Roberto era asciutto, ma ricchissimo. C’era già ironia e malinconia. Non amava il calcio. Si in linea di massima si. Poi per esempio certe cose sono state modificate. Alcune differenze ci sono. Per dare più elementi del libro che era corto, abbiamo aggiunto qualcosa. Nel libro non si fa cenno ai genitori, ad esempio. Noi invece volevamo dare un padre guascone, un pò immaturo, una mamma ironica, profonda e intelligente.

GSS: E a proposito di mamma, i ruoli femminili? Belli cosi forti, decisi, autonomi. Erano già cosi indipendenti?

NM: le donne volevo che fossero una spanna avanti almeno a tutti i personaggi maschili, perché comunque è una cosa che penso nella vita e che quindi ci sia solo da imparare dalla loro grazia e profondità. In effetti sono dei bei ruoli, cioè, almeno a me sono piaciuti molto, al di là del fatto che, in generale o meno, queste donne parlassero anche un po’ all’oggi no? Vero che è ambientato negli anni sessanta, ma è molto importante lanciare anche il messaggio odierno. Cioè che un uomo deve in ogni caso rispettare la volontà e la decisione di una donna che ti dice no.

La sorella di Alberto /Walter ad esempio, che rivendica la propria libertà da un matrimonio noioso. La reazione della mamma che la avvalora e supporta. Abbiamo lo stesso tipo di reazione. Il personaggio che mi piaceva è proprio quello di Dorina che non fa nulla per nascondere le proprie simpatie o antipatie. Diciamo, quindi che lei è molto libera e non si fa problemi nel dichiararsi. Anticipa il 68 che arriverà da lì a poco.

GSS: Quindi cosa si è perso da allora ad oggi? C’è una ricetta per recuperare i valori di quell’epoca ?

NM: Non sarei cosi negativo sui tempi attuali. Ogni epoca ha i suoi pro e contro. Allora le classi sociali facevano di tutto per mandare avanti i figli, per fare un avanzamento sociale. Oggi ci sono più possibilità sia economiche che di studio.

L’eleganza, la perdita di eleganza la vediamo tutti, cioè, non solo delle persone, nei modi, insomma un po’ a fisarmonica. Ci sono dei momenti in cui si va in una direzione. Poi invece si recupera qualcosa. Sicuramente un aspetto che è cambiato da quegli anni ad adesso è che una volta, negli anni sessanta, c’era meno scolarizzazione e meno istruzione. L’obiettivo di tutti non era per se stessi, ma di far studiare i propri figli e pensare di diventare migliori. C’era quindi una tensione verso il miglioramento.

La cosa che invece è successa negli ultimi anni chi è arrivato in alto sicuramente ha avuto dei vantaggi, dei privilegi. Questo ha fatto sì che si tentasse di mettere tutti sullo stesso piano, al di là del percorso che ognuno di noi ha fatto a livello di studio, di impegno, personale. Scatenando spesso invidie sociali.

Insomma il merito. Va rivalutato il merito, anche se ovviamente è un processo culturale. Questo sicuramente ha soffiato sul fuoco dell’inciviltà o dell’ignoranza comportamentale, della mancanza di grazia ed eleganza. Invece di recuperare tutto quello che poi ci nutre meglio, perché poi il frutto di questo smarrirsi diciamo nella inciviltà lo paghi. Anche se non te ne accorgi razionalmente, quando ti senti infelice, ansioso, capisci che c’è qualcosa che non va e poi le domande te le devi fare.

Probabilmente le risposte si trovano appunto nel migliorare se stessi. Costruendo, investendo su se stessi. Quindi così nel tendere ad essere migliori, anche attraverso rapporti migliori con gli altri.

Ecco quindi penso che ci sia sempre spazio invece anche per questo.

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