‘Stolen Moments’ di Stefano Landini in anteprima al Bifest
STOLEN MOMENTS
Di Stefano Landini, il mokumentary sul Jazz. ‘Stolen Moments’ appartiene quindi ad un genere difficile da codificare. E’ un crossover di generi cinematografici, televisivi fin troppo codificati, ormai irrimediabilmente parte del circo mediatico. Vuole far credere ciò che non è stato.
Ne sono pochi gli esempi. Forse il più celebre è ‘Zelig’ di Woody Allen.
Con un velo di nostalgia per il passato, una riflessione sul senso della comunicazione e della realtà attuali, si ricorre al dichiaratamente falso. E’ quindi una storia di persone che fa tornare indietro nel tempo. L’epoca (gli anni settanta), piena di pro e di contro, rivive al ritmo di una colonna sonora jazz.
‘Stolen Moments’ è prevalentemente un film di fiction. Include anche sequenze di repertorio reali, che ci fanno riflettere su se e come ciò che viene raccontato sia realmente accaduto.
Con interviste ‘false’, a personaggi riconoscibili del film stesso, oggi invecchiati, essi raccontano il protagonista Sabino (mai esistito nella realtà).
Tutto questo è tenuto assieme dal grande narratore, Pupi Avati, intervistato da un immaginario programma televisivo, in cerca della storia della settimana.
Le sequenze di repertorio, alle quali è difficile credere pur essendo assolutamente reali, provengono dallo storico AAMOD (Archivio Audiovisivo del Movimento Operaio e Democratico). Oltre che dall’Archivio del Cinema di Impresa di Ivrea, che fa capo al Centro Sperimentale di Cinematografia.
Il linguaggio è infatti la ricostruzione dei fatti narrati, come ha abituato la Televisione con le inchieste giornalistiche. Qui sarà difficile distinguere il vero dal falso. E’ una riflessione sulla necessità e sulla concretezza del vero, in tempi in cui le immagini della realtà possono essere manipolate e create artificialmente in ogni modo.
Inutile dire che l’obiettivo del film è quello, sottile, di giocare con i generi e con lo spettatore più smaliziato. Si vuole far sì che si esca dalla sala chiedendosi ‘ma quello che ho visto è accaduto veramente?’ Questa è una domanda perfettamente legittima di questi tempi.
Sinossi
1971. In una docu-fiction con veri attori e finte interviste racconta Sabino, giovane pugliese amante del Jazz, che con il cugino Michele e con Pasquale, giocatore d’azzardo, aprono a Torino un jazz club, lo Stolen Moments.
Collocato in uno dei famigerati capannoni destinati alle famiglie degli emigrati del Sud, diviene cultura e musica, senza volerlo, al posto del degrado e del razzismo.
Due domande al regista Stefano Landini
Hai fatto un mokumentary, una forma espressiva rara, perchè?
SL: Bisogna sempre esplorare delle nuove forme di linguaggio. Il più conosciuto dei prodotti di questo genere è Zelig di Allen. Li si perde il confine tra realtà e finzione proprio perché il cinema è sempre più vicino alla tv e al documentario. Ora questo genere comincia anche in Italia ad essere codificato
Pupi Avati recita ed è il pilastro del film. E le musiche?
SL: Ci sono tante interviste e ci chiediamo se siano vere. E’ esistito veramente il personaggio? Non lo sappiamo. Quello che conta è che il film ti prenda. Io nasco come documentarista ed è inevitabile che volessi dare una vena di realtà quindi mettere una voce nota e autorevole, come Avati, aggiunge credibilità.
Per le musiche, oltre a Massimo Fedeli mi hanno anche aiutato molti i compositori del passato
Fedeli aggiunge: Ricordo che ho scritto la musica su un copione. Da li ho cercato di capire le sue intenzioni e poi anche le mie dato che entravo sempre di più nella storia nei personaggi
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