di Gaia Serena Simionati


Il film “To A Land Unknown” di Mahdi Fleifel arriverà nelle sale italiane dal 13 novembre, distribuito da Trent Film.

Già accolto da alcuni dei principali festival internazionali, tra cui Cannes e Toronto, ottenendo ben 30 premi in 60 paesi (e attestazioni di stima da personalità come Ken Loach), “To A Land Unknown” è un viaggio intenso e doloroso. Vi si affronta infatti la spersonalizzazione e l’invisibilità di chi, costretto alla fuga, si ritrova sospeso tra identità negate e confini invalicabili.

E’ un racconto potente sulla diaspora palestinese e sull’invisibilità di chi vive ai margini del mondo. L’ esistenza ei protagonisti diventa così una lotta quotidiana per la sopravvivenza, tra disillusione, rabbia e un desiderio ostinato di riscatto.

Chatila e Reda, cugini palestinesi ventenni, hanno trascorso la loro vita in esilio. Fuggiti da un campo profughi in Libano e attualmente bloccati ad Atene, si danno da fare per guadagnare. Vivono di espedienti, lavori precari e piccoli furti. Cercano il necessario per potersi trasferire in Germania. Li hanno in programma di aprire un bar e permettere alla moglie e al figlio di Chatila, che sono rimasti in un campo profughi, di raggiungerli.

Quando i due incontrano Malik, orfano tredicenne anch’egli palestinese, accantonano temporaneamente i loro piani per aiutare il ragazzino a raggiungere la zia in Italia. Ma Reda ricade nella dipendenza. Le azioni sempre più disperate di Chatila per salvarli tutti minacciano di rovinare ciò per cui stanno lottando.



Il regista palestinese-danese Mahdi Fleifel mette in scena una storia universale sull’erranza, la perdita e la resistenza. Restituisce cosi dignità e voce a quelli che il mondo preferisce non vedere, dando corpo all’esperienza di chi vive “fuori campo”, sospeso tra il ricordo della patria e la speranza di un futuro possibile.

Con “To A Land Unknown”, Fleifel continua la sua riflessione sul destino dei rifugiati palestinesi. Già inaugurata con il suo pluripremiato documentario “A World Not Ours”, firma un’opera che parla non solo di esilio geografico, ma soprattutto di sradicamento identitario e perdita di umanità.

Un film che interroga lo spettatore e lo invita a guardare, finalmente, ciò che troppo spesso resta invisibile.

La parola al regista Mahdi Fleifel

Mentre ero in Grecia per le riprese del mio documentario “A World Not Ours”, mi si è aperto un nuovo mondo, quello dei giovani palestinesi che scappano dai campi in Siria e Libano. Arrivano alla porta d’Europa, cioè la Grecia, solo per rimanere bloccati lì.

Ho pensato: “Questa storia non ha fine”, perché lo scrittore palestinese Ghassan Kanafani aveva scritto lo stesso tipo di storia negli anni ’60 con “Uomini sotto il sole”. All’epoca i rifugiati cercavano di andare a lavorare in Kuwait attraversando il deserto.

Ho pensato ora Atene è questo nuovo deserto urbano che i rifugiati palestinesi cercano di attraversare. Ho cercato di realizzare questo film dal 2011. Ma ho capito che era impossibile finanziare questo progetto per me, regista palestinese, in esilio, che fa un film in esilio sugli esiliati…

Volevo rappresentare questi personaggi nel modo più autentico possibile, accompagnandoli affinché gli spettatori potessero accedere a un mondo che altrimenti non conoscerebbero. Per il pubblico occidentale, queste persone spesso restano solo statistiche, prive di umanità. Non si conoscono i loro sogni, le loro paure, le loro speranze.

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