‘Black Ox’ di Tsuta Tetsuichiro
Dove in moltissimi film al 43°TFF viene banalmente reiterata la bieca realtà quotidiana in immagini di violenza, droga, mancanza di empatia, sesso sempre e comunque, guerre e spasmodica ricerca del denaro, discostandosi totalmente dal senso di ‘Arte’, questo film giapponese ‘Black Ox’ in Concorso Lungometraggi, arriva limpido e vitale come una ventata di aria fresca, generando finalmente bellezza.
E, soprattutto, silenzio!
Il rapporto ancestrale, primitivo tra uomo, natura, coltura della terra, rapporto anche di fatica e frutti con essa, provoca benessere. Oltre che poesia e commozione.
Fa davvero riflettere su quanto l’essere umano si sia perso, abbia distrutto e meriti di estinguersi.

Ambientato nel periodo Meiji, non a caso definito “periodo del regno illuminato”, i 44 anni del regno dell’Imperatore Mutsuhito, segnarono la caduta dell’ultimo shogunato Yoshinobu, in cui la società si modificò molto. Nel film ne vediamo solo gli effetti pratici, anche causa di ribellione.
Percorrendo più secoli, la narrazione procede come la vita umana, arrivando fino alla contemporaneità e forse con una previsione e uno sguardo al futuro
Forse proprio perché in Giappone la tragedia della Bomba Atomica è conosciuta, vissuta da vicino – tanto che ancora aleggia nelle vite e nella memoria collettiva, oltre che nelle anime del popolo – la loro evoluzione spirituale e ciclica della vita, è di molto superiore e consapevole a quella occidentale.
Recuperare i dettami primari di spirito, uomo, Dio e natura e rimettere in ordine le priorità è un suggerimento velato ma profondo di questo elegante, delicato film.
Diviso in 10 quadri, tutti in bianco e nero è omaggio a Kurosawa e all’origine non solo dell’uomo, ma anche del cinema stesso. Inoltre è excursus di vita, dato che ne cristallizza le tappe grazie ad una fotografia incisiva e lattiginosa fornendo così l’immersione in paesaggi di neve, nebbia, eruzioni e violenti rovesci di piogge.
In sostanza è la ciclicità della natura che prevale sull’essere umano che, nella sua arroganza, crede di domarla.

Trama
Nel periodo Meiji, Giappone del XIX secolo, un ex cacciatore-raccoglitore vive la trasformazione sociale. Quest’ultima porta il paese a occidentalizzarsi. Quelli come lui che diventano contadini. vedono il cambiamento come una perdita del legame con gli dei della natura e la propria spiritualità. Nel passaggio dalla vita nei boschi al lavoro nei campi, l’uomo incontra un bue nero. Dopo essere riuscito a condurlo presso la sua abitazione comincia a vivere con lui. Il bue diventerà il compagno di una vita scandita dalle stagioni e dai tentativi dell’uomo di riconnettersi con la natura. Il film è ispirato ai Dieci quadri del mandriano di buoi, una serie di brevi poesie e illustrazioni della tradizione zen.
Esse rappresentano il percorso verso l’illuminazione e il risveglio spirituale.
Solo Dio sa quanto ce ne sarebbe bisogno!
REGIA, MONTAGGIO: Tsuta Tetsuichiro. SCENEGGIATURA: Tsuta Tetsuichiro, Kubodera Koichi, Ueda Masayuki, Kumano Keita. FOTOGRAFIA: Aoki Yutaka. SCENOGRAFIA: Heya Kyoko. COSTUMI: Otsuka Mitsuru. MUSICA: Sakamoto Ryuichi. SUONO: Chou Cheng, Matsuno Izumi, Iwama Tsubasa, Omachi Hibiki. CAST: Lee Kang-sheng, Fukuyo (il bue), Tanaka Min, Sumori Ryubun, Kei Takei, Blanca Adika, Yamaguchi Kouji, Kisimoto Manabu, Everett Kennedy Brown, Sandy Kai, Kanroku, Mokugusha, Shimizu Rie, Ninomiya Ryutaro, Imamura Yukiyo. PRODUZIONE: Tsuta Tetsuichiro, Ichiyama Shozo, Eric Nyari, Huang Yin-Yu, Alex C. Lo per Niko Niko Film, Moolin Films, Cinema Inutile, Cineric Creative, Fourier Films. CO-PRODUZIONE: Jennifer Jao.
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