di Gaia Serena Simionati

Alla Mostra del Cinema di Venezia 83, il film Imperium di Sergei Loznitsa

Quando da bambini giocavamo a Risiko, l’obiettivo primario per me era sempre la conquista della Kamčatka grazie alle truppe viola. Certo che vederla oggi nel film Imperium ben descritta e in silenzio dall’ottimo lavoro di Sergei Loznitsa modifica i ricordi.

E modifica letteralmente lo scenario prefigurato da piccoli. Oltre che la percezione di un gioco di conquista, ora ahimè diventato triste realtà.

Da Jakutsk aVladivostok da Mosca a Irkutsk o alle pianure e montagne georgiane le vaste lande desolate i visi tondi, gli abiti sgargianti e contadini ben raccontano usi, costumi, vite.

Che si tratti di pecore che corrono libere, o asini o cavalli allo stato brado. Non ha importanza.

Che si tengano matrimoni collettivi o riti pagani o giochi, dagli scacchi alla corsa, dal ping pong al backgammon, la descrizione riscritta sui materiali d’archivio di giornalisti italiani, sapientemente fatta in Imperium da Sergei Loznitsa è autentica e carismatica. Silenziosa. Di pura osservazione senza giudizio commenti o parole.

Lo spettatore si lascia condurre sprofondando nelle tre ore e negli spostamenti geografici che lo traslano tra 11 fusi orari da UTC+2 a UTC+12 nello stato più vasto del mondo: la confederazione Russa. Imparandone usi, abitudini, facce, diversità, povertà e piccole felicità, il film è anche un ottimo documento sociale, psicologico, culturale.

Presentato in Venice Open – Fuori Concorso ha un’ottima energia e si lascia guardare con grande attenzione e curiosità

di Sergei Loznitsa

E lo diventa anche nelle risorse economiche che diventano politiche. Come le montagne di cotone del Turkmenistan

La cultura e rispetto animale e agricolo. Vari tra pecore, montoni, cavalli, asini, uomini bambini, la serenità di popoli semplici che celebrano riti e rincorrono di corsa uova colorate e pane, sotto la neve è Girgin.

E poi tessitrici di tappeti, donne e sarti, facce carine e facce tonde, occhietti neri a mandorla. Visi che ridono quando ripresi dalle telecamere, oggetti che non conoscono.
E fanno sfilate, ispirata ad abiti di modelli antichi con quel nome Janlit ad Asghabat.

Bukhara Uzbekistan si ascoltano preghiere mussulmane in una scuola coranica. A Tashkent Uzbek si gioca a Ping pong e scacchi in fabbrica
Tutto è sempre molto silenzioso.

A Bali Azerbaigian con il petrolio e i pozzi c’è una ricchezza diversa. La Libertà che diviene potere. La testa della Statua della Libertà americana staccata e appesa in mano

Da Mizur montagne rocciose deserto a Ushguli Georgian. Da Latali con un matrimonio georgiano a Poltava 

Tutto diventa un risiko spezzettato eterogeneo, ma con un’unica guida politica

SINOSSI

Imperium è un sorprendente viaggio per immagini nella vastità dell’Unione Sovietica, realizzato interamente con materiali d’archivio dimenticati da tempo, girati tra il 1970 e il 1973 da cineasti italiani.

Dalle coste artiche ai deserti dell’Asia centrale, dai Carpazi al Pacifico, il film restituisce il mosaico di culture che lo Stato sovietico cercò di uniformare.

Da Mosca fino ai villaggi più remoti, dove tradizioni secolari continuavano a sopravvivere, il percorso mette in luce il progressivo affievolirsi del potere centrale.

Senza voce fuori campo né commento, sono le immagini stesse a rivelare un paradosso: un impero che proclamava l’unità mentre governava mondi profondamente eterogenei. Attraverso questi rari frammenti di vita quotidiana, Imperium porta alla luce le dinamiche coloniali, spesso celate, dell’URSS e la silenziosa resilienza dei suoi molti popoli. Più che un documento storico, il film diventa una lente attraverso cui leggere le fratture e le tensioni geopolitiche che ancora oggi attraversano lo spazio post-sovietico.

LE PAROLE DEL REGISTA

Nel corso della storia del cinema non sono mancati i tentativi di raccontare una formazione statale così singolare come l’Unione Sovietica. Il più celebre è Šestaja čast’ mira (La sesta parte del mondo) di Dziga Vertov, un film costruito attorno all’ideologia, al commercio e alla geografia. Per caso, come spesso accade, sono venuto a conoscenza di un tesoro conservato presso l’archivio AAMOD di Roma e ne ho subito intuito il potenziale.

Tra il 1970 e il 1973, un gruppo di cineasti italiani attraversò oltre venti regioni dell’Unione Sovietica per documentarne la straordinaria varietà culturale, sociale e religiosa. Per ampiezza, si trattò del più grande progetto mai realizzato nell’URSS da cineasti stranieri. Un’opera unica, tanto per il punto di vista quanto per la portata, che offre la possibilità di esplorare gli angoli più remoti del Paese e la diversità culturale dei popoli che, per un periodo, vissero insieme all’interno di quella complessa costruzione statale, destinata a scomparire nel 1991. Non potevo lasciarmi sfuggire una simile occasione.

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