Sfuocato. Sdoppiato. Sgranato.
Un pò candid camera, un pò Grande Fratello, To Catch a Predator è un programma tv americano che sfrutta sorpresa e massacro.
Basato sulla creazione del programma televisivo americano, ‘Primetime’ è invece l’anisocorico film diretto da Lance Oppenheim. Al suo esordio come regista di un lungometraggio esplode nella velocità di montaggio e di idee che raffrontano mostri pedofili, a giornalismo, a effetto audience e ‘giustizieri della notte’.
In visione non bonaria né monoculare, la pupilla si apre e si restringe veloce. Come l’occhio di Big Brother, nell’avvicinarsi o meno ai suoi protagonisti nella camera.
Già me li vedo gli americani.
Overweight con quintali di pop corn, a ridosso di un monitor, stravaccati nel divano macchiato color senape. In tv o online il caso mediatico li fagocita come i pop corn e cannuccia di Coca Cola ficcata nella loro bocca.
Assiepati a prendere e punire il cattivo, ma distesi in chaise long, contenti della disgrazia del malcapitato, lo show USA ha la stessa presa di una corrida spagnola.
O peggio. Perché riguarda anche uomini nell’Anfiteatro Flavio del 70 aC. Eseguiti nelle esecuzioni dei criminali verso mezzogiorno, seguiti nel pomeriggio nei combattimenti tra gladiatori. Vera e propria scaletta dell’entertainment, come anche la riproposizione di famose battaglie e naumachie dei giochi romani faceva.
La spettacolarizzazione esiste da sempre. Specie nella barbarie medievale o nelle frange dell’uomo di Neanderthal, che non si discosta molto come sviluppo animico da quella odierna.
Solo che qui è più sottile, perché mascherata da giornalismo e diritto di cronaca, seppur nera.

Ottimamente interpretato da Robert Pattinson, è un film biografico su Chris Hansen che per primo porta in tv la condanna a pedofili, colti in diretta sul fatto ed indaga non solo il rapporto devastante tra televisione, intrattenimento e cinema. Oltre all’appiattimento visivo e intellettuale che ne deriva.
Di sponda si accenna anche al cambiamento delle dinamiche nella costruzione di progetti teatrali o cinematografici di qualità, come musical e film che, per mancanza di fondi, spesso sottratti dalla tv anche trash, boccheggiano.
Visivamente incorniciato benissimo, sguainando solide riprese sgranate, effetti originali a sorpresa, mossi e virati, oltre a una palette elegantissima di toni tra il verde, l’arancio e giallo -che ricorda un pò Balagov con l’eccelso Beanpole– Primetime sorprende per la freschezza visiva di un’opera prima ottima.
L’intensità dei contenuti, della scrittura, la velocità del montaggio, non danno tregua. Come quella della caccia al pedofilo perseguono e stanano lo spettatore in un thriller al cardiopalma.
Racconta il regista
Sono cresciuto guardando la televisione generalista e i reality show dei primi anni duemila, e con Primetime ho voluto giocare con il loro linguaggio visivo. Gran parte dei reality show è scabrosa per natura, ma pochi programmi hanno saputo mantenere una presa così salda sulla cultura di massa – e sulla mia stessa immaginazione – come ha fatto la rubrica To Catch a Predator di Dateline nei vent’anni trascorsi dalla sua prima messa in onda.
Il suo conduttore, Chris Hansen, ha inaugurato uno spettacolo della punizione. Il momento in cui l’indignazione morale si è trasformata in un appuntamento televisivo irrinunciabile.
Il programma mi ha sempre affascinato, in parte per il modo in cui fonde finzione e realtà. I predatori agiscono mossi da impulsi reali e orribili, ma vengono guidati all’interno di un ambiente altamente strutturato in cui interagiscono con attori e con un conduttore televisivo.
Con Primetime, mi sono proposto di realizzare un ritratto istituzionale di To Catch a Predator al culmine del suo successo. In che modo il programma si è trasformato con l’aumentare della popolarità? Che impatto ha avuto il fatto di lavorarvi sulle persone che ne facevano parte, gli interpreti, i produttori? Volevo ripercorrere le disparate ambizioni delle persone che si muovevano all’interno di questo apparato – un crociato del giornalismo, un cinico produttore televisivo e un sognatore di Hollywood di belle speranze — mentre convergevano in un momento di crisi.

E mi piaceva l’idea di ritornare alla cultura dei media dei primi anni duemila, prima che il panorama dell’informazione si frammentasse, quando una fascia di “prima serata” sembrava una questione di vita o di morte. Per alcuni, lo fu davvero.
Non a caso è laureato all’Università di Harvard con una laurea triennale in studi visivi e ambientali che gli ha dato di sicuro quel tocco in Più.
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