con il prezioso contributo nelle recensioni di Tommaso Travaglio, Niccolò Bedino, Vittorio Barbieri, Alessandra Sottini.

Allievi del Dams Torino, ma anche di altre scuole come il Sereno Regis, selezionati e preparatissimi, profondi, attenti, pieni di idee e passione, questa è la gioventù che ci vuole!
Mai visto una tale preparazione e dedizione, oltre che enorme educazione, cosa sempre più rara tra i giovani oggi.
Avvicinare i ragazzi alla loro passione, il cinema, farli interagire con domande, pezzi critici, articoli è una grandissima opportunità, oltre che un modo per sviluppare la loro sensibilità e cultura in un festival che ne diviene strumento e veicolo primario.
Entrare in contatto con le personalità, i talent che i ragazzi stimano e studiano diviene un’occasione magica che può cambiare il destino, le percezioni, dare una spinta ulteriore alla loro passione e perché no, al loro futuro lavorativo legato alla settima arte.
Meravigliosa la scelta in cui i cani possano entrare ovunque, sia al cinema delle proiezioni stampa che in sala conferenze, vero sistema di inclusività.
E’ anche grazie a loro che a volte nascono importanti amicizie e contatti, fatti di profonde unità sia cinofile che cinefile.

@Courtesy PHOTO Vittorio Barbieri
Del giovanissimo giurato, il diciottenne Tommaso Travaglio
TITOLO FILM COMMENTATO: IN-I IN MOTION
REGISTA: Juliette Binoche
ANNO: 2025, Francia
COMMENTO
“In-I In motion” documentario contemporaneo, inteso e potente che permette di entrare in connessione profonda con ciò che è ed è stato un grande spettacolo innovativo all’interno della scena della danza contemporanea.
L’unione di due arte performative, la danza con la presenza di Akram Khan e il teatro rappresentato da Juliette Binoche, portano alla creazione di uno spettacolo intenso, passionale e profondo, posto in una scenografia minimale ma potente, in grado di celebrare in maniera ottimale l’unione di teatro e danza.
Lo sguardo sul processo creativo e sulle tecniche utilizzate per la creazione dello spettacolo, permettono allo spettatore non solo di comprendere come quest’ultimo che stanno per vedere abbia preso piede, ma anche si riesce ad instaurare una connessione profonda con le emozioni, le sensazioni e i sentimenti provati dagli artisti stessi e come quest’ultime abbiano portato alla creazione di un VERA pièce umana e profonda.
“In-I In Motion” è la manifestazione: intensa, nuda, cruda e reale della nascita e dello sviluppo della vera arte contemporanea umana che ha il potere di nascere e morire con l’uomo e con l’umanità.
TITOLO FILM COMMENTATO: COEXISTENCE, MY ASS!
REGISTA: Amber Fares
ANNO: 2025, USA/Francia/Medio oriente
COMMENTO
La capacità di resistere? La capacità di comprendere l’ironia? È forse questo il motivo per cui l’uomo è così concentrato a seguire un’ideologia senza porsi questioni sull’umanità di quest’ultima.
Il documentario di Fares non ritrae solamente l’attivismo pacifico di una donna, ma spiega come il saper ridere di sé stessi e delle situazioni più difficili. Ciò che si affronta può essere la chiave migliore per superare qualsiasi tipologia di conflitto, in modo anche ironico. senza escludere di certo la paura, la tristezza e la rabbia emozioni che una guerra porta purtroppo con sé.
Grazie proprio però all’ironia tali emozioni “negative” riescono ad essere veicolate. Divengono strumenti che l’uomo può usare per riuscire a promuovere la vera pace e la vera coesistenza. Non solo tra forze internazionali e i popoli, ma più semplicemente nei singoli e quotidiani rapporti umani.
Insegnandoci a ridere, a veicolare ciò che proviamo e renderci persone migliori nei confronti dell’umanità; “Coexistence, My Ass!” ci insegna a vivere come essere umani alla continua ricerca della vera pace.
TITOLO FILM COMMENTATO: BOBO’
REGISTA: Pippo Delbono
ANNO: 2025, Italia
COMMENTO
“Bobò” documentario intenso che vede alla regia Pippo Delbono. Non si limita solo alla biografia di uno straordinario soggetto, ma in primis racconta un collega. Che era anche un grande amico, un importante compagno di vita.
E’ la storia di un rapporto speciale. Nato dalla condivisione di due dolori profondi e diversi. Due dolori che grazie all’incontro, alla condivisione, alla scoperta dell’altro sono riusciti ad essere trasformati in pura ed innovativa arte performativa contemporanea. Teatro e danza guidate dal sentimento d’amore e di unicità dell’altro.
Bobò è il viaggio intimo e sfacciato di come tramite la compassione, la scoperta e l’unione con l’altro, anche grazie al dolore più profondo veicolato dall’amore, permetta all’uomo di reinventarsi. Riesce così a ri-trovare un senso profondo e speciale alla propria esistenza.
“Marty Supreme – la storia di un evento incredibile” ed io con lui, di Niccolò Bedino
Tranquilli, questa non è la recensione del film — quella è sotto embargo. È la storia di qualcuno che, per una volta, sente di avercela fatta. Di aver avuto il suo piccolo momento da Marty Supreme.
Un mese fa apro il sito della mia università, scorro i nomi e vedo il mio. Dopo quattro anni scriverò per CineDams Magazine. Felicità e paura insieme, come sempre.
Saltiamo avanti. Martedì prima del festival: c’è l’asta dei film, prendo due titoli che inseguivo dall’annuncio, Eternity e Billy Knight. Sono gasato, poi panico: «Io faccio solo recensioni per Instagram, che ci faccio qui?». Il giorno dopo devo già cambiare il primo film. Prendo Untitled Home Invasion Romance. Titolo assurdo che riserverà un destino curioso.
Arriva il festival. Primo giorno di conferenze stampa. Due anni fa ero il disperato accampato all’alba delle 6 fuori dal Media Center per incontrare Oliver Stone. Stavolta entro con il badge al collo: «Niccolò Bedino – Press». La guardia mi sorride e mi fa entrare. Sono dentro per davvero.
La sera Spike Lee presentando il suo film applaude gli studenti di cinema. È un applauso collettivo, ma provate voi a non sentirvi scelti.
Il giorno dopo il regista del primo film che devo recensire sparisce dalla conferenza. Vado in sala, guardo Billy Knight, scrivo. Il pezzo esce e stranamente piace. A qualcuno addirittura moltissimo: ricevo un messaggio su Instagram. «Thank you! Wonderful review». È Alec Griffen Roth. Mi chiede addirittura la traduzione per la stampa americana. Il mio articolo finisce nelle sue storie e nel pressbook. Non so nemmeno come reagire.
Oggi, mercoledì 26, esce il mio secondo pezzo, su la Repubblica. Jason Biggs arriva alla conferenza, lo intercetto: «Hi Jason, I wrote a review about your film». Sorride, mi ringrazia, mi lascia un autografo. In sala alzo la mano: “Niccolò Bedino, Cinedams Magazine” e faccio la mia domanda. Lui ascolta, risponde. È strano scoprire che le domande che fai contano davvero.
Ok. Ma alle 22 c’è il main event: il film segreto, Marty Supreme.
Piccolo retroscena. La mattina, in conferenza stampa, conosco Gaia Simionati (Red Carpet Magazine). La ritrovo poi in sala, seduta, mentre io entro con il gadget dell’anteprima in mano — una pallina da ping pong. La saluto, mi siedo accanto a lei.
tampaDopo un attimo mi fa: “Vieni, ho dei posti migliori”. Ok. Settore riservato stampa. Mi blocco: “Aspetta, ma come? Io qui?”. Lei annuisce. Mi giro. Accanto a me una ragazza: si volta, “Piacere, Matilde”. Santantonio. “Ti seguo su IG”. Rimango un secondo a fuoco lento: “Ah, ma dai…” e dentro penso che se sto facendo tutto questo è perché ho visto gente come lei farlo.
Alzo lo sguardo: Giulia Calvani quattro file avanti, BiancoRossoeBlu non troppo distante. Gente che ho sempre visto sui social. E invece eccoli. Dal vivo. Mi sento nel posto giusto, come se fossi a uno di quegli eventi storici, forse solo per me. E io? Seduto lì. Sospetto un gigantesco scambio di persona, ma nessuno sembra voler risolvere il malinteso.
Si comincia. Giulio Base introduce la serata e, tra gli ospiti, appare Terry Gilliam. Applauso. Si alza, sorride, prende la sua pallina-gadget e la lancia verso il pubblico. Alzo il braccio. La prendo, è mia!
Il film parte. È incredibile. Mi sorprendo quasi a commuovermi. Fine proiezione. Mi volto. “Allora, ti è piaciuto?” Matilde a me lo chiedi? Io che, di solito, aspetto la tua opinione. Balbetto un “Sì… e a te?”, lei annuisce entusiasta: “È stato incredibile”.
Esco e scorgo Gilliam. Provo ad avvicinarmi ma svanisce in un attimo. Poco male ho una sua foto clandestina e la pallina. Mi giro e vedo Giulia Calvani. Respira Nik. Mi presento. Lei ricambia, è sinceramente contenta di parlare del film con me. Mi chiede chi sono, cosa faccio, cosa ne penso. Rimaniamo a parlare per pochi minuti… quegli attimi finali sembrano l’incredibile riassunto della mia esistenza.
Giuro: non sono impazzito. Sono solo andato al cinema.
‘Diya’ di Vittorio Barbieri
La vita di Dane (Ferdinand Mbaïssané), autista di N’Djamena, procede tranquilla fino al momento in cui una distrazione lo porta a commettere un tragico incidente che spezza la vita di un bambino.
Accusato di omicidio dalla famiglia, Dane viene coinvolto nella diya, un debito di sangue che se non saldato porterebbe inevitabilmente all’assassinio di un suo familiare. Il film si trasforma così in una corsa contro il tempo dove colpa e redenzione si intrecciano, coinvolgendo il pubblico in un’odissea disperata attraverso le distese del Ciad.
Ronaimou racconta la realtà centro-africana con la sensibilità tipica di un etnologo. Sono i costumi locali ad affiorare come pietra angolare della narrazione, senza che essi siano mai oggetto di sterili condanne morali.
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