Co-prodotto da Steven Spielberg e Sam Mendes, grazie a Focus Features, l’Oscar® winner director: la regista Chloé Zhao (Nomadland, The Rider) porta in grembo un racconto femminile narrato con estrema sensibilità e catarticamente realizzato.
Tratto dalla scrittura pluripremiata di Maggie O’Farrell, “Nel nome del figlio. Hamnet”, il film nasce dalle pagine dell’acclamato ottavo romanzo già vincitore del National Book Critics Circle Award, del Women’s Prize for Fiction. Citato tra le cinque migliori opere di narrativa del 2020 dalla New York Times Book Review, esso narra tutto sulla complessità dell’amore.
Ad esso si aggiunge il potere curativo, taumaturgico dell’arte, della scrittura, della creatività. Oggi più utile che mai dati i perenni dolori che si vivono
Paul Mescal e Jessie Buckley, sono perfetti nella interazione, nei tempi, nelle facce antiche, mentre vestono i panni cinquecenteschi dei due protagonisti di Hamnet.
Hamnet o Hamlet (Amleto) sono in realtà lo stesso nome, intercambiabile nei registri di Stratford tra la fine del XVI° e l’inizio del XVII° secolo. Ma Hamnet è anche il nome del figlio perduto di Shakespeare.
La purezza del teatro, della scrittura, l’empatia emergono in toto da questo splendido e commovente film
La musica del compositore contemporaneo, il tedesco Max Richter vive di un plurisensoriale accompagnamento sonoro che già con On the Nature of Daylight dice tutto.
La colonna sonora lavora benissimo atmosfere intime ed emozionali. Ricordiamo i brani originali come “Of Agnes”, “Of Orpheus” e “Of a ghost”, insieme a “My Robin to the greenwood did go”
E tutto il resto è silenzio.
Adagiato in caverne accoglienti come uteri, in boschi magici, in erbe, pozioni e falchi che sorvolano valli verdissime. Sguardi pastorali e bucolici. Nello specifico, utili a cristallizzarli, è la fotografia del polacco Lukasz Zal già splendida in ‘Zone of Interest’.
Tutto è poi coadiuvato con il complesso montaggio partecipativo in cui Zhao ha realizzato la prima bozza (il “director’s cut”) autonomamente, un approccio tipico del suo stile, prima di collaborare per rifinire il film con Affonso Gonçalves,
SINOSSI
Inghilterra, 1580. William Shakespeare, insegnante di latino che vive in povertà incontra Agnes, una ragazza diversa e libera. Affascinati l’uno dall’altra, iniziano un’appassionata relazione che li porterà al matrimonio e alla nascita di tre figli.
Mentre Will persegue una promettente carriera teatrale nella lontana Londra, Agnes da sola si occupa della sfera domestica. Di fronte ad una tragedia che li colpisce, il legame un tempo indissolubile della coppia viene messo a dura prova, ma la loro esperienza condivisa pone le basi per la creazione del più grande capolavoro di Shakespeare, Amleto.
Il film è interpretato dalla candidata all’Oscar® Jessie Buckley (La figlia oscura), dal candidato all’Oscar® Paul Mescal (Estranei), dalla candidata all’Oscar® Emily Watson (Hilary e Jackie, Le onde del destino) e da Joe Alwyn (The Brutalist).
HAMNET. Nel nome del figlio è prodotto da Liza Marshall, Pippa Harris, Nicolas Gonda, Sam Mendes e Steven Spielberg; mentre i produttori esecutivi sono Kristie Macosko Krieger, Laurie Borg e la Zhao. Direttore della fotografia: Łukasz Żal; Scenografie: Fiona Crombie; Montaggio: Chloé Zhao, ACE e Affonso Gonçlaves, ACE; Costumi: Malgosia Turzanska; Musiche: Max Richter.
DENTRO LA STORIA
Zhao come sceneggiatrice, produttrice, regista e montatrice, con un film così ricco di sfumature, abissale nella profondità e sensibilità conferma la sua reputazione: una delle filmmaker più talentuose della sua generazione.
Il film è incentrato sul matrimonio tra Agnes e William Shakespeare, e mostra non solo i risvolti drammatici che coinvolgono il figlio della coppia, Hamnet. Egli infatti ispirerà la creazione dell’intramontabile capolavoro del Bardo, Amleto.
Ma in modo olistico mette in luce anche il rapporto tra il femminile e l’ incomprensione, il patriarcato, la diversità e i ruoli
Per la O’Farrell, questa era la storia che sperava di raccontare da quasi trent’anni, dopo aver scoperto dettagli, mai rivelati della vita familiare di Shakespeare. In particolare la scomparsa del suo unico figlio Hamnet, morto di peste a soli 11 anni.
Le parole della scrittrice O’Farrell
“Ho sempre trovato molto ingiusto nei confronti di questo ragazzino il fatto che nessuno avesse mai collegato il suo nome – Hamnet – all’opera teatrale scritta quattro o cinque anni dopo, intitolata Amleto“, afferma la O’Farrell. “Questo bambino aveva un ruolo marginale, una nota a piè di pagina nella storia del suo famosissimo padre. Quindi, l’impulso che mi ha spinto a scrivere il libro è stato proprio quello di metterlo in evidenza, e far capire la sua importanza. Era amato. Senza di lui, non avremmo avuto Amleto. Dobbiamo moltissimo a questo bambino, eppure non è stato affatto menzionato”.
Sebbene nel romanzo della O’Farrell gli venga dato il merito del titolo, il bambino non è il personaggio centrale della storia. Questo ruolo spetta invece ad Agnes (che la O’Farrell chiama con il nome che le è stato dato alla nascita, pronunciato Ann-yis, anziché con il più familiare Anne). L’esperta falconiera, raccoglitrice di cibo e guaritrice, è selvaggia come il paesaggio lussureggiante e verdeggiante che circonda la sua casa. Il suo forte legame con il mondo naturale rasenta il mistico. Il suo atteggiamento selvaggio e anticonformista attrae immediatamente Will, che nutre anche sentimenti di ribellione verso il padre autoritario e le rigide convenzioni della società di fine XVI° secolo.
Insieme, formano una coppia formidabile, le cui passioni sono in sintonia per gran parte dei primi anni del loro matrimonio. Ma il loro legame inizia a logorarsi quando Will, incoraggiato da Agnes, insegue i suoi sogni di espressione creativa. I suoi soggiorni dalla loro casa di Stratford-Upon-Avon a Londra per lavorare in teatro sono la sua linfa vitale, cosa che sua moglie capisce fin troppo bene, ma la sua assenza è profondamente sentita dalla sua famiglia, in particolare dal piccolo Hamnet. Agnes usa le sue doti per creare una bella casa per il ragazzino e le sue due sorelle, Susanna e Judith, sebbene alcune azioni si dimostrino incontenibili da tenere a bada persino per una madre ferocemente protettiva.
Dopo l’improvvisa malattia e la scomparsa di Hamnet, la famiglia è sconvolta dalla perdita, ma Agnes deve rimanere salda nel suo impegno verso le figlie e il marito. Tuttavia, la coppia fatica a superare la tragedia e a trovare un percorso verso il perdono, l’accettazione e la realizzazione. Agnes si immerge nella natura, mentre Will riversa il suo dolore in un’opera teatrale che sarebbe sopravvissuta nei secoli, Amleto, la storia di un principe adolescente che sopravvive al padre assassinato. Entrambi trovano una sorta di catarsi nella creatività e nell’immaginazione, dando un senso alla sofferenza vissuta.
La trasposizione cinematografica di “Nel nome del figlio. HAMNET” è iniziata quando la fondatrice e produttrice della Hera Pictures, Liza Marshall, ha ricevuto una copia in anteprima del libro nel novembre 2019, diversi mesi prima della sua pubblicazione del marzo 2020. “Avendo letto tutti i romanzi precedenti di Maggie O’Farrell e essendo una sua grande fan, ho letto l’intero libro in una sola notte e me ne sono completamente innamorata”, ricorda la Marshall. “Era un testo straordinario e commovente”.
Dopo essersi assicurata i diritti per l’adattamento del romanzo, la Marshall ha finito per collaborare con Pippa Harris della Neal Street Productions (1917) e a Nicolas Gonda di Book of Shadows (Knight of Cups) per il progetto. Anche la Harris, che aveva letto il romanzo della O’Farrell, l’ha trovato meticolosamente documentato e incredibilmente commovente. Il socio di produzione della Harris, il regista premio Oscar® Sam Mendes, ha apposto la firma per la produzione del film. A loro si è unita la Amblin Entertainment di Steven Spielberg, con cui la Neal Street aveva realizzato l’acclamato dramma sulla Prima Guerra Mondiale, 1917. Così, anche la leggenda dell’industria cinematografica ha accettato di partecipare alla produzione del film.
DOLORE, CREAZIONE, IMPERMANENZA
Il film Hamnet non tematizza semplicemente la morte: la interroga. Ogni gesto è un tentativo di rispondere alla domanda: come si sopravvive alla perdita?
L’opera non dà risposte, ma mostra due percorsi divergenti. Agnes si ritira nel silenzio della natura. Will trasforma l’assenza in parola e struttura. Entrambi si confrontano con l’impermanenza cercando di dare forma a ciò che non ha forma. Il risultato non è consolazione, ma metamorfosi.
Hamnet racconta una storia che non cerca di spiegare, ma di far percepire. Mette in scena una frattura: quella che la morte di un figlio apre nella psiche, nel corpo, nella relazione tra individui. Zhao non propone una biografia, ma un passaggio: tra vita e morte, tra amore e assenza, tra natura e parola. In questo spazio sospeso, lo spettatore è chiamato non a capire, ma a sentire. Come scrisse Shakespeare: “il resto è silenzio”.
‘Hamnet’, Nel nome del figlio – è un potente capolavoro che cavalca le onde già sublimi di William Shakespeare, di sua moglie, del loro figlio Hamnet, poi ‘Hamlet’

‘Hamnet’ è di un’intensità unica. Non solo per la storia, non solo per la poesia. Non solo per la potenza espressiva e di recitazione raggiunta da tutti gli attori, dalle sinergie e capacità sublime di ascolto create da Chloé Zhao tra loro. Ma anche per la potente chiave di lettura di come si crei un capolavoro.
Semplicemente dal dolore. Dedico la visione di questo film sublime a tutti i Genitori di quei ragazzi di ‘Constellation’, a Paola e Claudio Regeni, a chi rimane nei femminicidi. Possano le loro anime trovare risposte e ristoro almeno nell’arte cinematografica o in quella letteraria come grandemente fece Shakespeare, specie con Hamlet.
Hamnet di Chloé Zhao, già premio Oscar® nel 2021 per il miglior film e la migliore regia con Nomadland, che non ci piacque. Invece qui si che eccelle.
Tutti coloro che amarono Shakespeare, lo studiarono, lo impararono a memoria, non possono perdere davvero questo film che è tratto da un romanzo altrettanto sorprendente. Quello di Maggie O’Farrell.
Il film costruisce una narrazione che esplora non tanto il fatto in sé, quanto le sue risonanze. Al centro non c’è il palcoscenico londinese, ma la casa di Stratford-upon-Avon, la condizione emotiva di una madre e l’inerzia di un padre.
Il film va dentro i pori della pelle di Shakespeare e fa capir meglio come il suo sudore generò i versi più potenti, poetici e commoventi al mondo ! Il dramma. Quelli di Hamlet e del rapporto con un figlio perso.
Dopo la morte del figlio undicenne Hamnet, Agnes Shakespeare è travolta da un dolore intenso e profondo, che sembra inscalfibile. Agnes, esperta di erbe officinali e considerata quasi una strega in paese, piange la tragedia insieme al marito William, tutore e commediografo.
La coppia lotta come può per affrontare la fragilità della vita e la spietatezza della peste, e si impegna a trovare un modo per andare avanti con l’esistenza di tutti i giorni per continuare a provvedere agli altri figli.
L’apertura è tutto. Vediamo, il femminile, sacro, solitario e magico. Adagiato tra la natura, che comanda.
Immersa in un bosco, una giovane donna dorme, rannicchiata nella culla formata dalla radice emersa di un albero secolare. Vestita di rosso cupo, è accompagnata da un falco che risponde ai suoi richiami. Conosce erbe e pozioni, si dice non sia nata da sua madre, ma da una donna venuta dal bosco.
Si chiama Agnes e quando Will la vede s’innamora subito di lei. Will è il giovane William Shakespeare, che riesce a sposarla nonostante l’ostilità delle famiglie e ad avere con lei tre figli, Susannah e i gemelli Judith e Hamnet. Ma un lutto li colpisce, quando il drammaturgo lavora già a Londra, e Hamnet diventa Hamlet.
AGNES: LA DONNA CHE VEDE OLTRE
Il centro narrativo del film Hamnet è Agnes, moglie di Shakespeare, qui chiamata con il suo nome originario e interpretata da Jessie Buckley. Agnes è un personaggio in equilibrio tra realtà e rappresentazione: guaritrice, falconiera, madre, outsider. La sua connessione con la natura rappresenta un linguaggio esistenziale. Vive ai margini della società patriarcale e religiosa del XVI secolo, eppure è lei il baricentro della storia.
WILLIAM: L’UOMO CHE SCRIVE PER NON CROLLARE
Paul Mescal interpreta William Shakespeare come un uomo diviso: da un lato il dovere familiare, dall’altro il richiamo della scena teatrale. Lontano dall’immagine cristallizzata del Bardo, il suo Will è giovane, segnato dal conflitto con il padre e dalla difficoltà di proteggere chi ama. Il lutto lo separa ulteriormente da Agnes, ma è proprio nella distanza che si apre uno spazio per la creazione.
Hamlet, la tragedia, nasce come forma di trasfigurazione, un atto espressivo più che commemorativo. Non è un omaggio diretto al figlio perduto, ma un modo per rendere quel dolore condivisibile.
HAMNET. Nel nome del figlio già presentato al Toronto Film Festival 2025, dove ha vinto il premio del pubblico, dal 5 febbraio sarà al cinema con Universal Pictures,
Una produzione HERA PICTURES /NEAL STREET /AMBLIN ENTERTAINMENT, in associazione con BOOK OF SHADOWSun film di CHLOÉ ZHAO
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