di Gaia Serena Simionati

Presentato al 43°Torino Film Festival, Isola, pellicola di Nora Jaenicke, ha il merito di esplorare le fatiche dell’essere donna.

Opera prima visivamente elegante, la storia di Isola vive di ‘isolamento’ appunto, in una grande villa nell’Isola d’Elba.

Si parla di solitudine non solo geografica, come implica la morfologia stessa di un territorio splendido e scosceso circondato dal mare a strapiombo, ma anche soprattutto quello che ogni donna prima o poi è chiamata a provare.

La geopolitica dell’essere sola, incompresa, a disagio con o senza gli altri.

Storia di soprusi psicologici e tema del controllo, sia da un marito, che da un’amante, che da un’amica, Ada (Fanny Ardant) seppur affettuosa, la fragilità psicologica di certe donne è tutta li da scoprire nella protagonista Joanna.

La vita è difficile, pare dire Nora, perché anche il tradimento, in ogni ambito, sia esso amoroso, sessuale, amicale è dietro l’angolo.

Il marito Oskar a causa di una grave malattia invalidante ha ‘abbandonato’ la protagonista. L’ha letteralmente ‘tradita’ fisicamente. L’amante è solo un’opportunista. E la nuova arrivata, una calcolatrice manipolatrice.

Però non tutto quello che appare è cosi come sembra…

Il secondo parere di Niccolò Bedino

“Isola di Nora Jaenicke e il fascino decadente della noia borghese”

In Isola, Nora Jaenicke mette in scena una lenta decomposizione dei ruoli affettivi e morali che imprigionano la sua protagonista. Joanna (Joanna Kulig) è una moglie devota e forzata a vivere in una villa su un’isola, che ha il fascino della prigione dorata. L’arrivo di Ada (Fanny Ardant), nuova badante del marito, apre una crepa nella routine: non una liberazione, ma il preludio a un equilibrio ancora più ambiguo.

Jaenicke costruisce la tensione con un’onda lenta, ma senza riuscire a evitare colpi di scena prevedibili.

Non per mancanza di ambizione, quanto per la natura stessa del dramma: in un triangolo che si rivela rapidamente un duello, le opzioni narrative sono poche e lo spettatore intuisce presto e con certezza dove si andrà a parare.

Joanna cova, infatti, un’insofferenza che diventa bisogno fisico di fuga, e l’incontro con Joaquin, giovane artista opportunista, è insieme respiro e inganno.

Nel momento in cui Joanna uccide il marito in un gesto liberatorio, il film sembra cambiare pelle: Ada la vede, la comprende e assiste, ma gradualmente capiamo che quella donna apparentemente devota al suo lavoro sta proiettando sulla protagonista un amore deformato, un desiderio di possesso che trasforma Joanna in complice, e poi in prigioniera. La sua libertà è quindi un miraggio che svanisce appena raggiunto.

Il film vive di riferimenti cinefili riconoscibili ma mai dichiarati. Hitchcock aleggia nella costruzione dello sguardo e nella fascinazione morbosa per le sue figure femminili; Rebecca e Judy di “La donna che visse due volte” ritornano in filigrana in quell’idea di identità manipolata, di ruolo imposto dall’altro.

La dinamica finale richiama “Il filo nascosto” di Paul Thomas Anderson, dove la relazione sentimentale diventa patologia reciproca. L’ambiente aristocratico, chiuso e intriso di solitudine, richiama un certo Woody Allen più cupo e introspettivo, mentre il ritmo sospeso, le inquadrature fisse e i dialoghi letterari invitano alla memoria di un Truffaut o un Godard “imborghesiti”, privi però dell’energia rivoluzionaria della Nouvelle Vague.

Su tutto domina un senso di noia borghese: una stanchezza esistenziale che ricorda “La noia” di  Moravia e la Roma di “La dolce vita”, dove il benessere è solo una superficie che non riesce più a contenere le crepe interiori. Jaenicke lo restituisce con rigore, ma spesso il film indulge in simbolismi troppo espliciti o in dialoghi che rischiano la rigidità. Ma Isola funziona quando accetta la sua natura più disturbante da thriller psicologico che non cerca la sorpresa, ma l’erosione lenta e testarda, dell’identità di una donna che tenta di liberarsi e scopre solo che ogni fuga può portarla verso un’altra prigione.

Il terzo Punto di Vista di Tommaso Travaglio

Arrivata in una suggestiva villa sull’isola d’Elba, Ada (Fanny Ardant), governante francese, assiste la giovane Joanna (brava e bella Joanna Kulig) nella cura al marito Oskar, non più autosufficiente. Nel periodo trascorso insieme, Ada viene coinvolta in maniera sempre più intima nella vita di Joanna.

La sua esistenza è infatti complessa, caratterizzata da speranze e fantasie quasi mai realizzate, anche nell’ambito passionale, come emerge nel rapporto con Joaquin (Marto Rossetti), il seduttore toscano

Nell’entrare in contatto con la vita di Joanna, Ada ne scopre fragilità e tormenti, che risultano però solo l’involucro di una personalità molto più complessa e stratificata nella solitudine.

isola

In uno scenario suggestivo, una bella villa toscana, grandi giardini, spiaggie semideserte, presentate come una realtà sconnessa ed isolata dalla vita frenetica a noi contemporanea, Nora Jaenicke cerca di far sbocciare e fiorire i personaggi. Spesso però lasciati senza acqua. Butta i semi, ma essi non crescono come dovrebbero.

Attraverso discorsi apparentemente profondi, inseriti in maniera circostanziale e sconnessa dal fil rouge della trama, vi è il tentativo di far conoscere allo spettatore i veri sentimenti e le personalità più recondite dei personaggi.

Esse risultano tuttavia un pò stereotipate o a tratti fonte di luoghi comuni. Così molte tematiche intuibili non venendo approfondite lasciano perplessità e confusione, anche nelle riflessioni personali dello spettatore. Non sempre è un demerito perchè si crea un certo alone di mistero.

Ciò detto, le immagini lente, le sceneggiature retrò ed i colori vivi e definiti, scelti sia per gli abiti che per i contrasti presentati nell’immagine, forniscono uno stile romantico e poetico alla pellicola. Esso è riconoscibile anche dal sentimento di solitudine e di ricerca della natura da parte dei personaggi.

Isola è un film che cerca di evidenziare le personalità dei personaggi, tramite le loro sensazioni e la loro storia di vita, molti dei quali però vengono rappresentati in maniera non profondissima e seguendo ideali sperimentati

Ciò nonostante, la narrazione è molto intima e romantica.

E’ mirata alla ricerca narrativa della solitudine dei personaggi che, anche nella relazione con gli altri, rimangono sempre individui singoli ed indipendenti. Si enfatizzano le emozioni personali, raramente entrando in connessione con le vere sensazioni e pensieri altrui.

L’ambiente naturale e lo sfondo narrativo sono in linea con l’intenzione di enfatizzare i sentimenti di solitudine. Otre a quelli di riconnessione con sé stessi. Questo è carattere tipico del filone letterario romantico inglese (William Wordsworth, concetto romantico inglese “emotion recollected in tranquility”).

Il film ha un grande potenziale narrativo, in parte abbattuto da fratture della trama. Si perdoneranno quelle ingenuità di un’opera prima.

Rimane però interessante lo sviluppo delle riflessioni personali conseguenti alla visione. Lasciando un finale semi aperto concentrato su un personaggio non del tutto compreso e in continua ricerca di ciò che non ha mai avuto.

Lo spettatore è spronato a riflettere sulla delusione e sulla costrizione. Come un uccellino chiuso in una voliera. Una volta uscito da essa non può volare libero poiché rinchiuso in un’abitazione. Questo è il caso di Joanna, che passa da un blocco a un altro. Prima il marito, poi Ada e poi il seduttore disonesto.

Come il volatile, dopo numerosi illusori tentativi di uscire da una finestra chiusa, superato lo sconforto e il dolore, riesce a trovare lo spiraglio di un’apertura. Cogliendo l’attimo, riesce a liberarsi e diventare padrone di sé stesso in un mondo tanto ampio e libero, quanto ignoto e pericoloso.

ISOLA. Ecco il quarto parere di Vittorio Barbieri

Lasciata la Francia, Ada (Fanny Ardant) viene assunta come governante in una villa sull’Isola d’Elba. Il suo compito è assistere la facoltosa Joanna (Joanna Kulig) nella cura dell’anziano marito Oskar, disabile e non più autosufficiente. 

In breve tempo, Ada rimane sempre più coinvolta nella vita privata di Joanna, costruendo con lei un legame sempre più stretto.

Tuttavia, gli equilibri si infrangono con l’arrivo di Joaquin (Marco Rossetti), giovane insegnante d’arte nonché amante della donna. Convinta della fragilità di Joanna, sospettosa delle intenzioni di Joaquin, Ada inizia a scavare nel passato della ragazza. Tenta così di proteggerla da sé stessa e da chi potrebbe approfittarne.

Il film di Nora Jaenicke mostra alcune criticità strutturali. La regia della cineasta pecca in un sovrabbondante uso dei droni. Mentre alla discreta fotografia degli interni si contrappone una quasi costante sovraesposizione degli esterni. Le riprese soffrono di qualche aberrazione focale che mantiene alta la nitidezza solo al centro dell’inquadratura, lasciando il resto dell’immagine leggermente offuscato.

La sceneggiatura mostra inizialmente uno stampo vicino a Bergman: due donne isolate che si specchiano l’una nella psiche dell’altra, confrontandosi attraverso conflitti interiori e traumi mai risolti.

Tuttavia, la comparsa di Joaquin fa ben presto decadere il tutto, facendo scivolare il racconto verso i cliché più noti. I dialoghi, spesso filosofeggiano su temi come morte e fugacità della vita, sembrano più esercizi stilistici che conversazioni naturali. A ciò si aggiunge un intreccio un pò prevedibile, che però non incide troppo negativamente sulle prove attoriali dei protagonisti che risultano buone.

Fanny Ardant è convincente e misurata, sostenendo gran parte del film sulle proprie spalle. Anche Marco Rossetti riesce a distinguersi grazie a buona presenza scenica e un’ottima impostazione vocale, nonostante un personaggio poco sviluppato.

Meno riuscita è invece la prova di Joanna Kulig, che appare un pò rigida ed inespressiva.

Isola si rivela un progetto con buone idee che mostra però alcuni rimpianti

Peccato per l’occasione non del tutto sfruttata

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