L’ADT, cioè l’Amnesia Dissociativa Transitoria riguarda sempre più famiglie.
Ad essa purtroppo per piccoli indifesi si associa la Forgotten Baby Syndrome (FBS) o Sindrome del bambino dimenticato che si verifica quando un genitore, senza alcuna intenzione di mettere a rischio il proprio bambino, lo dimentica all’interno dell’auto.
Questo evento, sebbene tragico e terribile, non è frutto di negligenza consapevole. E’ piuttosto il risultato di un’interruzione temporanea della memoria di lavoro del genitore. E’ quel sistema cognitivo essenziale che permette di gestire e manipolare le informazioni necessarie per compiere le azioni quotidiane, come ad esempio guidare un auto.
Quando questo sistema viene compromesso, i genitori possono, per un breve periodo, perdere di vista la presenza del bambino, specialmente durante le attività routinarie. Una ricerca condotta da Guard e Gallagher ha dimostrato che questo fenomeno è spesso involontario. Si verifica quando il genitore è distratto o impegnato in altre attività.
Nel film come nella vita, un tragico errore, anche a causa di vite sempre più stressanti, sconvolge la vita di un padre. Può succedere a tutti. Senza giudizio infatti, il film Father di Tereza Nvotová, già presentato a Venezia 2025, ci trascina nel baratro della coppia esplorando colpa, memoria e fragilità dei legami familiari. L’evento poi, produce l’incrinatura di un matrimonio, in cui i tasselli di fiducia, stima, complicità saltano come chiodi.
Una coproduzione slovacca-ceco-polacca, candidato agli Oscar come miglior film per la Slovacchia, ‘Father’ è un potentissimo film drammatico che esplora più tematiche della società odierna da cui siamo vessati.
Crisi del lavoro, routine giornaliere, orari stressanti, il compromesso di conciliare amore, famiglia, lavoro e casa, sembra impossibile. Così si sfocia nella perdita, la colpa, il disastro
Molto attento e calibrato l’attore protagonista Milan Ondrík in un ruolo altamente impegnativo risolto con grande misura e sensibilità, ci offre con l’autrice, molta materia emotiva, mai sviluppata con giudizio alcuno.
Nel dramma si esplorano anche i meccanismi di funzionamento della memoria che riesce, a tratti inspiegabili, a cancellare ricordi importanti, rimuovendoli come una gru fa con i carichi. Succede che li sostituisca con altri, ‘sognati’, ‘inventati’, in sostanza non reali, come Michal che è certo (nella sua mente) di ricordare di avere portato la figlia all’asilo.
D’altro canto invece essa non riesce a ‘dimenticare’ quando avviene una tragedia e la ripropone continuamente agli occhi del protagonista che non intende più vivere a causa di un tale dolore.
Tutto questo è ben calibrato da lunghi piani sequenza in grado di cogliere ogni sfumatura nei volti dei personaggi e vietare le interruzioni, stacchi, frammentazioni di montaggio.
Ogni loro movimento nello spazio era già stato provato e studiato davanti a un computer, la preparazione accurata: alcune location sono state addirittura ricreate in 3D per pianificare ogni movimento della camera e degli attori.
Si coglie molto amore e cura, oltre a un’ottima sinergia tra reparto tecnico e cast, con passaggi fluidi da veicoli in movimento a steadicam e gru.
Il fatto poi che la vicenda che ha ispirato il film sia tratta dal reale lo rende ancora più drammatico e autentico.

Trama
La vita di un uomo, è sconvolta da un tragico errore che lo travolge lasciandolo solo di fronte al peso insostenibile della colpa. Il matrimonio si sgretola, così come la sua anima. Inoltre incombe la prospettiva della prigione.
Ciò che ci si chiede sono domande cardine. E’ possibile trovare la via verso il perdono? Come si può continuare a vivere? L’amore può sopravvivere a ciò che nessun cuore sembra in grado di sopportare?
La carismatica regista sceglie un linguaggio immersivo e radicale. Lunghi i piani sequenza che non concedono pause né distanze, costringendo lo spettatore a vivere accanto al protagonista ogni momento della sua caduta e della sua ricerca di salvezza.
Non si tratta di un racconto sulla tragedia in sé. Piuttosto sul lento processo che ne segue. Sugli spazi intermedi in cui si è più vulnerabili, quando non si ha il controllo e ci si ritrova a essere pienamente se stessi.
Il commento della regista
Per me, il linguaggio del film è importante tanto quanto la storia. Non riuscivo a immaginare di raccontarla con una struttura episodica convenzionale: sarebbe stato come sfogliare un album di foto di un funerale. Quello che ho cercato di ottenere era qualcosa d’immersivo, esperienziale, che trascinasse più in profondità dentro di noi. Durante le riprese, ho capito che questo non è un film su una tragedia. È una storia d’amore. Il tipo di amore che nasce quando si perde tutto.
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