di Gaia Serena Simionati

Si apre in tempesta la 61. Esposizione Internazionale d’Arte In Minor Keys (9 maggio – 22 novembre 2026).

Non solo meterologica, ma la 61° Biennale Arte 2026 sputa lapilli di fuoco sull’arte contemporanea.

Ingerenze politiche, liti tra il direttore della Biennale, il Pierangelo ‘Letteralmente’ Buttafuoco, la sua giusta autonomia -essendo l’organismo indipendente da un secolo-  e poi l’invasione di campo di Ministri impreparati che la cultura la vivono con la o – cioè braccia rubate – padiglioni chiusi, no aperti, no aperti solo i giorni dell’inaugurazione, come l’interessante padiglione Russo e Israele ‘bandito’, sono solo alcuni degli strascichi pratici che vivono ‘le querelles’ mondiali, legate a guerre, mancata diplomazia, scontri, incapacità di comunicazione e legislazione precisa territoriale.

Anche a casa nostra, non solo a livello politico, ma invero artistico, riversate come sterco sui fiori tra i padiglioni ‘nazionali’ che dovrebbero rispondere a una legge globale.

Come nella realtà extra creatività.

Se a questo si aggiunge il fatto che la curatrice, la compianta Koyo Kouoh (Camerun, 1967 – Basilea, 2025), scomparsa prima di poter portare a compimento la sua Biennale, per una volta donna e per una volta africana, passata ad altra dimensione, dopo sei mesi dalla sua scelta ed ora ‘ in pace’, lontana da tutte queste diatribe, ci si potrebbe fermare qui.. 

Invece no!

Come non bastasse, ciliegina sulla torta, le dimissioni in blocco di tutta la Giuria Internazionale tutta al femminile, qui in terra, (donne le componenti per assegnare i vari Leoni) continuando a dimostrare la pochezza dell’essere umano nei suoi scontri da prima elementare, anche nell’unico territorio che dovrebbe essere e lanciare ponti: l’arte

Anche il meteo fa la sua ..

Oggi Diluvio Universale 

A riprova che Dio piange !

E noi con lui sulla bruttezza dell’essere umano, nonostante il suo sterile e combattuto tentativo di produrre bellezza

Da vedere Wangechi Mutu, il padiglione Austria, quello Russo pieno di gioia, performances di scambio e danza. Poi Cà Pesaro con Jenny Saville monumentale che nella sua pittura materica esplora l’attuale rapporto tra corpi e anime, oltre che la sua ispirazione a grandi maestri come Michelangelo e Leonardo o Raffaello. Imperdibile, ma anche invisibile perché non dedicato al pubblico, ma solo a pochi eletti, ‘Il ghost Pavillion’ a Cà Dario, palazzo Maudit sede già della famiglia Gardini e di molti altri che dal 1400 in poi persero finanze e vita.

Le icastiche opere ben curate, prevenienti da ottime collezioni private, analizzano Vanitas, precarietà dell’essere umano che, mai come oggi sembra attuale e utile capire. Si esplorano dolori e danni in spazi altisonanti marmorei e razionali. Gli autori vanno da Bellini a Tiziano, da Twombly a Bradford, da Cattelan a Warhol che con la Death and Disaster Series (Serie di Morte e Disastri, ’60), irradia le sue opere più cupe e critiche.

Warhol infatti riproduceva devastanti immagini di incidenti stradali, sedie elettriche, suicidi e bottiglie di Coca-Cola contaminate. L’intento era quello mostrare come la ripetizione mediatica della morte trasformasse la tragedia in un prodotto di consumo, anestetizzando la sensibilità del pubblico.

Interessante poi Bracha L. Ettinger che, solo durante la settimana inaugurale della Biennale di Venezia, ha ricreato una camera dell’Hotel Metropole sede di una mostra sul numero di Dio, il 7.

Bracha: “un angelo è necessario per assistere al dolore e alla bellezza del mondo nei momenti tragici. Per volgerci nuovamente verso un futuro umanizzato senza eludere l’agonia. La chiamo Angel of Carriance. La sua matrice sanguina senza fine” racconta l’artista filosofa.

Bracha

Bracha. The Room Is Shared ha trasformato la camera ove visse e scrisse Sigmund Freud. Lì ideò L’interpretazione dei sogni nel 1895 -1899. Ora piccolo e raccolto spazio onirico di pittura, come spiega la curatrice Carolyn Christov-Bakargiev: “la stanza diventa uno spazio psichico condiviso in cui la soggettività non è isolata, ma co-emerge attraverso fragilità, cura e attenzione. Qui l’arte non è spettacolo; è un atto di ciò che lei stessa definisce borderlinking (raccordo ai confini).”

Sette sono i dipinti. Così come i giorni in cui si possono vedere, mentre collocati nella storica stanza d’albergo.

Li si respira quasi un’aura mistica in una narrazione intima e silenziosa su memoria collettiva, sogno, arte, creatività e materia. Anche video e installazioni di conchiglie riempiono e accompagnano i dipinti.

Di sicuro e almeno lì un momento di pace e ascolto.

Proprio quello che manca oggi all’umanità!

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