di Gaia Serena Simionati

Per la regia di Kilian Riedhof, presentato al Bifest, ‘Stella. A Life’ (Stella. Ein Leben), una storia ebrea, apre la riflessione su un personaggio affascinante, moderno e su una vita controversa

Mors tua, vita mea! Mai il detto fu più calzante.

Attuale più che mai, ‘Stella. A Life’, presenta, senza giudizio, una vita da ebrea durante la guerra. Personaggio ambivalente essa è in grado di essere sia vittima che carnefice, suscitando sia compassione che rabbia nello spettatore che rimane senza parole e coinvolto sia dal punto di vita emotivo che intellettuale.

Il film, una co-produzione Germania-Austria, illumina i risvolti di una scelta controversa di sopravvivenza.

E’ difficile mettersi nei panni di una persona perseguitata, picchiata solo per un appartenenza religiosa, per credo o per etnia. Il film cerca di farlo con grande empatia, coerenza e neutralità, raccontando l’invasiva storia di Stella. Scardina in effetti le credenze morali di ognuno, mettendo di fronte a scelte che potrebbero ri capitare anche a tutti noi oggi.

Sollevando interrogativi preziosi, in un’epoca dove tutto questa barbarie sembra tornata in auge prepotentemente, il film diviene quindi più prezioso che mai.

Contribuisce a sollevare la domanda Ma al posto di Stella cosa avrebbe fatto ognuno di noi? Da che parte ci si sarebbe schierati per sopravvivere? O per salvare i propri cari?

Ed è proprio cercando di mettere lo spettatore nei panni della protagonista, sostituendosi a lei e ponendosi dubbi che l’intelligente film si può dire riuscito, anche per l’empatia automatica che genera verso la storia, cosa sempre più rara.

Ecco uno dei modi in cui il cinema insegna davvero, e diviene lezione di vita, insegnando esperienze che non abbimao ancora vissuto ma che potremmo trovarci a vivere .

Berlino. Anni 40. E’ l’epoca sbagliata per la vita di Stella. La protagonista, perfetta Paula Beer, giovane ebrea tedesca, sognava di diventare una stella di Broadway. Sottoposta a torture e a rischio di deportazione, per salvarsi sarà infatti costretta a obbedire a un tragico destino: cercare altri ebrei in clandestinità.

Decide quindi di unirsi alla Gestapo per stanare altri ebrei, denunciando la sua propria gente e macchiandosi di tradimento, solo per salvare se stessa, la propria vita e quella dei genitori.

La storia vera, rintracciata negli archivi della corte militare sovietica del 1946, e nei procedimenti legali successivi, non lascia spazio a fraintendimenti. E ‘ netta. ben curata nell’estetica grazie ai costumi di Thomas Olah e alle scenografie di Albrecht Konrad


Cast

Paula Beer, Jannis NIewöhner, Katja Riemann, Lukas Miko, Bekim Latifi




Produzione LETTERBOX Filmproduktion GmbH
Sceneggiatura Marc Blöbaum, Jan Braren, Kilian Riedhof
Musiche Peter Hinderthür
Montaggio Andrea Mertens
Fotografia Benedict Neuenfels
Scenografia Albrecht Konrad
Costumi Thomas Olah


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