«Pace, fratelli! e fate che le braccia / ch’ora o poi tenderete ai più vicini, / non sappiano la lotta e la minaccia.»
Giovanni Pascoli, I due fanciulli
Quando Benedetto Croce, che per primo capì e impostò una critica della poesia di Giovanni Pascoli disse che egli era: «uno strano miscuglio di spontaneità e di artifizio: un grande – piccolo poeta, o se piace meglio, un piccolo grande poeta» per Tomaso Mannoni e il suo film ‘Il sogno dei pastori’, ispirato da Pascoli, potrebbe valere la stessa definizione.
Ispirato dall’Ode su Giovanni Passannante, anarchico e pastore (guardiano di pecore, autoeducatosi leggendo molti libri) e dal sogno che Pascoli ebbe su sua madre, (mancata quando lui aveva 10 anni, che sentiva ancora viva) egli auspicava di rincontrarla in sogno.
Pascoli mantenne sempre un certo spirito socialista, umanitario, caratterizzato dall’impegno verso i deboli e la concordia universale fra gli uomini, argomento di alcune liriche. Confermando l’utilità civile e morale della poesia, lo stesso fa Mannoni con il cinema. Esso traslato sulla settima arte, diviene simbolo e ascolto di rivolta civile.
‘Il sogno dei pastori’, vince quindi come ‘Miglior Film’ al Coliffe e il regista che ha studiato a Dublino e ben unisce ancestralità e tradizione con apertura e modernità, commenta così:
La parola cinema per me è una parola sacra. Fare un film è un piccolo miracolo. Raccontare le proprie storie è un bene.
Questo sogno l’ho utilizzato per raccontare quello che ho vissuto da piccolo, essendo sardo, stando con pastori e, inizialmente identificandoli con i soliti stereotipi, piano piano ho scoperto la loro cultura, il modo ancestrale di vivere, l’utilità di saper conoscere e gestire la natura e gli animali.
Ambientato nella comunità montana di Mandrolisai, lontano dai valori odierni di molti film in cui imperversano sesso, droga, inutile violenza qui invece vige l’autenticità. Anche se dura, della montagna, della natura, delle pecore, il film è davvero A ‘f‘eel good’ mood movie.
In sostanza fa stare bene, oltre che far riflettere a fondo, aiuta a sfatare integerrimi luoghi comuni, come quello che vede i sardi come fieri, duri o rapitori.
Opponendo la vita antica, rurale, le difficoltà economiche dei pastori e della natura, alla facilità di fare soldi con espedienti della modernità, offerti ad esempio da internet, il film è fatto di idee e qui ci sono molti guizzi.
Poi la qualità del casting a mano di Federica Matteoli è perfetta. Facce, attori, ruoli sono giusti e hanno anche in alcuni casi una vera originalità, come nel caso di un bravissimo ‘Martin Fellmann’ nuragico, il pastore attore nostrano Fiorenzo Matto

L’intelligente film di Tomaso Mannoni è come una grande immensa cipolla. Vive di più strati ed interpretabile in più modi, fino a divertire, indignare e commuovere in punti diversi.
Parti scherzose, divertenti lo rendono infatti a tratti ‘alleggerito’. Mentre invece in profondità si denunciano soprusi per pastori, povertà, gestione e corruzione di fondi, per poter mandare avanti un’economia agricola sempre più in crisi.
Inoltre lo scompenso tra i guadagni enormi di finanza, aziende di internet o tecnologia e la mancanza di una base minima di sopravvivenza per chi deve fare una vita di campagna, lascia esterrefatti. Non si garantisce più un minimo sindacale, nonostante gli enormi sforzi fisici del lavoro svolto con animali e natura
Il film riflette infatti su questa dicotomia da un lato i giovani iperconnessi, distanti dalla natura con guadagni facili. Dall’altro l’importanza delle tradizioni, del sapere antico, quello che comunque ci fornisce da mangiare e vivere. Far riflettere sulle priorità a cui l’umanità sta andando incontro è anche un pregio del film, specie dopo il Covid!
Inoltre la caduta anche ironica di forti luoghi comuni, ‘in Barbagia ti rapiscono’, ‘sei un napoletano quindi un camorrista’, aiuta a far riflettere sulla banalità dei percorsi predefiniti
Il film che volete vedere potete in sostanza sceglierlo. A voi se accontentarvi del lato ilare e comico. Oppure andando più ad approfondite nei molti strati di cui esso è composto. Siano essi sociali, di denuncia alle politiche con visioni monoculari, di maggior supporto a un’economia contadina e pastorizia. O a una precarietà di giovani assorbiti da cellulari fagocitanti la loro identità e anima.
La trama
Un napoletano forestiero (in parte e ben diretto Fabio Fulco) è in fuga dal continente a causa di guai giudiziari. Trova così rifugio in un paesino, immerso tra le meraviglie sconosciute della Barbagia, circondato da paesaggi mozzafiato. Vedendo greggi di pecore erranti, proteste difficoltà degli allevatori (uno su tutti credibile Alessandro Gazale) sfrutta così delle abilità tecnologiche per proporre ai residenti un’affare. Questo frutterà molto sospirato danaro alle loro tasche vuote. Qualcosa in più dei soldi però per sistemare tutte le questioni personali e professionali dei pastori verrà a galla.
To read more on Music, Cinema, Tv, Theatre and Art from Gaia Serena Simionati
Copyright © 2025 Gaia Serena Simionati, All rights reserved








