RENATO ZERO-L’intervista | Di Renato ce n’è uno, tutti gli altri son nessuno / di Gino Morabito

Sotto il costume di istrione si svela un’anima randagia ed impertinente, la sua profonda inquietudine, la sua identità: visionaria, trasformista, provocatrice, trasversale alle generazioni di ieri e di domani. Renato Zero porta in scena il suo essere nudo, scevro di ogni etichetta se non quella del proprio nome.

Renato Zero

Il bisogno di scrivere un oratorio.


Volevo onorare la memoria di mio zio don Pietro, il fratello di mio padre, che fu confinato perché aveva – secondo molti – ospitato i partigiani, in tempi non sospetti. Dopo trentasette anni di onorato servizio, fu mandato a Brondoleto di Castelraimondo, una frazioncina in provincia di Macerata. Lui diceva la messa per una contessa che viveva in una villa piena di pavoni. Pavoni che però non trasmettevano nulla – povere bestie! – se non la solitudine di quel luogo. Ho vendicato mio zio don Pietro chiedendo come riscatto, per ricevere le chiavi di Esanatoglia, che gli fosse costruito un monumento davanti a San Martino, la sua chiesa. Oggi quel monumento è lì, e io posseggo le chiavi della città.

Atto di fede è una sfida.

C’eravamo dimenticati di Dio da parecchio tempo. Non l’abbiamo più frequentato e non ci siamo più fatti frequentare da Lui. Abbiamo lasciato che l’indifferenza, l’apatia, la stanchezza intellettuale ci impedissero di raggiungerlo. Questa umiltà di dirsi cattolici cristiani è sparita dalla circolazione. È preferibile giocare tre numeri al lotto per raggiungere quella serenità che invece avremmo garantita con poca spesa, buttando ogni tanto il pensiero attraverso le nuvole, cercando Dio per ringraziarlo, anche del dolore che ci procura.

È attraverso il dolore che comprendiamo noi stessi.


Comprendiamo il valore della serenità e la apprezziamo ancora di più, dopo essere inciampati nel buio.

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