di Vittorio Barbieri con l’intervento di Gaia Serena Simionati
A soli vent’anni, Grazia Deledda (Marisa Serra) inaugura una brillante carriera letteraria pubblicando il romanzo Fior di Sardegna e attirando l’attenzione dell’editoria continentale. Questi primi successi sono però adombrati dalle diffidenze e dalle forti opposizioni di una Nuoro ancora bloccata in una cultura popolare retrograda. E, di sicuro lontana dai suoi sogni.
Mentre trasforma le esperienze quotidiane e i turbamenti sentimentali in narrativa, Grazia inizia così a misurarsi con gli ostacoli imposti dall’ambiente in cui vive. Si muove costantemente tra il bisogno di costruire una voce autentica e il desiderio di trovare qualcuno disposto ad ascoltarla.
L’amore e la gloria offre un ritratto sensibile e partecipe dei difficili anni di formazione di Grazia Deledda, descrivendo soprattutto le difficoltà sociali che una donna di fine Ottocento era chiamata ad affrontare per affermarsi.
La pellicola dipinge con lucidità l’ostracismo che la giovane scrittrice si trova a fronteggiare: da un lato una Nuoro ambivalente, insieme nido e prigione, matrice fertile della sua immaginazione, ma anche confine soffocante per le sue aspirazioni; dall’altro una rete di rapporti personali che, più di ogni altra cosa, incarnano il peso di un patriarcato radicato e conservatore.
Non a caso i contrasti più duri Grazia li trova dentro la sua stessa famiglia. A ostacolare le sue ambizioni non sono solo gli uomini. Ma anche le donne adulte che la circondano: cariatidi severe in un patriarcato rurale di cui sono guardiane involontarie e vittime al tempo stesso. Le loro critiche e il loro sospetto rappresentano la forma più subdola di controllo sociale.

In questo quadro spicca il ruolo del padre (Mario Olivieri), uno dei pochi a riconoscere il talento della figlia e a sostenerla. Egli punise gli sperperi del fratello e difende invece l’operato di Grazia quando essa è bersaglio delle malelingue delle comari.
Il lungometraggio tratteggia così una protagonista complessa: determinata nella difesa della propria libertà espressiva e al tempo stesso fragile. Spesso preda di insicurezze e di un’autostima vacillante. L’autrice, seppur più vicina ad un’eroina romantica che non alla sua controparte storica, non viene comunque ridotta a una maschera bidimensionale: un risultato favorito anche dalle cronache e dalla tradizione letteraria che nel tempo l’hanno resa per così dire un’antidiva del verismo e del decadentismo italiano.
La gestione della lingua è uno degli aspetti più riusciti. Il dialetto sardo non è onnipresente né caricaturale, convivendo con l’italiano in modo equilibrato. Si mettono pertanto da parte pretestuose esigenze di pedante folclorismo, restituendo una credibilità linguistica che giova alla narrazione e tiene fede alle posizioni che la stessa Deledda esprime all’interno del film.
Si dice infatti:
l‘abitudine di parlare per forza i nostri dialetti sempre, sempre, fa sì che non ci possiamo mai spiegare bene in italiano, a cominciare da me.
Buona anche la scelta di far emergere la vicenda direttamente dalle parole della protagonista. Attraverso un voice over . Esso è ricavato dai suoi scambi epistolari e dai testi da lei redatti. La soluzione le consente così di modellare da sé la propria figura. E’ come se fosse pienamente consapevole di diventare un personaggio all’interno di una delle sue stesse novelle. Grazia si racconta, guarda in camera, rompe furtivamente la quarta parete con occhi di sfida verso il pubblico e la rigidità morale della sua terra.
Sul piano formale colpisce l’impiego del formato. I 4:3 è una scelta che sembra rispondere più a un’esigenza di rigorosa composizione pittorica dell’inquadratura che non un richiamo nostalgico al cinema delle origini.
La regia insiste particolarmente sull’instabilità della camera a mano per rendere maggiormente coinvolgenti le scene.
Tuttavia, tale obiettivo è ostacolato da un ritmo non sempre fluido. La durata si avverte e il passo narrativo tende talvolta a esitare, dilatando la narrazione più del necessario.
Anche la fotografia, in linea con una certa tradizione del biopic italiano (si veda Il giovane favoloso 2014), predilige toni spenti e talvolta opachi. Eppure, i colori dei costumi e la vivacità di alcuni luoghi rurali evitano che l’insieme scivoli nella monotonia cromatica. Meno apprezzabile, invece, l’immagine di una Sardegna contadina troppo tirata a lucido, dove non esistono sporco, vestiti sgualciti o intonachi crepati. In ogni caso, il paesaggio non è mai ridotto ad una cartolina. Compare con misura e se chiamato in causa funge da analogia delle inquietudini interiori di Grazia.
Il cast offre nel complesso interpretazioni solide. Marisa Serra dà vita a una Deledda capace di comunicare molto anche sotto la superficie imperturbabile della cadenza sarda. Una prova convincente, che lascia intuire un potenziale notevole per i suoi lavori futuri. Altrettanto memorabile è Nicola Ciaffoni, assai composto e magnetico nei panni di Stanis Manca. Brava anche Francesca Spano nel ruolo della sorella Peppina, incarnazione di una gioventù libera e incendiaria.
L’onore e la gloria è di fatto un progetto in massima parte riuscito. Non un’opera perfettamente accurata sul piano storico, ma una composizione appassionata e sentita che riesce a trasmettere i propri messaggi con tatto ed eleganza.
Due doti assai rare di questi tempi. Specialmente quando si decide di affrontare temi così delicati, troppo spesso ridotti a banalità da registi e sceneggiatori poco accorti e consapevoli.
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