Stefano Mainetti, classe 1957, è uno dei compositori e direttori d’orchestra più interessanti e talentuosi del panorama musicale contemporaneo. Studi accuratissimi (una curiosità: allievo di Giorgio Caproni agli albori della formazione scolastica) ed una lunga esperienza internazionale lo hanno portato proprio quest’anno a diventare per titoli e meriti anche Docente della cattedra di Composizione per la Musica Applicata alle Immagini presso il Conservatorio di Santa Cecilia di Roma. Con numerosi riconoscimenti ed un lavoro infaticabile sul campo tra cinema, tv, teatro, Stefano Mainetti va ricordato essere l’autore di  Rendering Revolution, progetto presentato al MAXXI – Museo nazionale delle arti del XXI secolo qualche anno fa e di cui hanno parlato tutti i mass media: un’esperienza di “musica aumentata” concepita per coinvolgere lo spettatore sul piano multisensoriale, dove la fusione tra diverse forme d’arte ( musica, danza, pittura e video art )  concorre a produrre un risultato di realtà aumentata superiore alla somma delle sue parti. Il progetto, presentato dall’Accademia Nazionale di Santa Cecilia, ha richiesto due anni di preparazione ed ha ricevuto la menzione d’onore per la valenza scientifica ed artistica dal Conservatorio di Santa Cecilia. In attesa di riprendere alcune produzioni teatrali alle quali stava lavorando prima dell’emergenza coronavirus ( il Petruzzelli di Bari così come la Pergola di Firenze hanno dovuto seguire le direttive e come tutti sono in attesa di sapere quando riprenderanno), sul mondo dell’Arte in epoca di distanziamento sociale il Maestro Mainetti ha una sua idea ben precisa. 

di Lisa Bernardini

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Maestro, l’Arte, la Cultura e lo Spettacolo in che condizioni versavano prima dell’emergenza sanitaria che stiamo vivendo?

Già in condizioni precarie.  In questi settori l’ Italia investe poco, soprattutto rispetto ad alcuni paesi europei come la Francia che impiega circa il doppio delle risorse negli stessi campi. Siamo incredibilmente ultimi, poco meglio per pochissimo solamente della Grecia. Fa riflettere che proprio le culle delle culture Greca e Latina siano oggi i fanalini di coda. La musica, nello specifico, è messa ancor peggio; complici le istituzioni il problema genera dalla scuola di base, dove viene insegnata poco e male. L’ora dedicata, fatte le dovute eccezioni, è considerata al pari della ricreazione. Non si fanno ascolti, le scuole non hanno materiale da cui attingere, il poco che si fa è lasciato all’iniziativa di qualche bravo insegnante. Per come la vedo io non avere mai ascoltato Palestrina o Vivaldi è come essersi persi i fondamenti della lingua italiana, della filosofia e della matematica, è come non sapere chi fosse Dante o Galileo. Alla fine la lezione si risolve nell’insegnamento del flauto, strumento nobilissimo, che però non permette di avvicinarsi al meraviglioso mondo dell’armonia e del contrappunto. Non c’è da meravigliarsi se poi questo produca un pubblico poco avvezzo all’ascolto della musica che non sia solo commerciale. Siamo sempre tra gli ultimi in Europa a seguire concerti di musica classica e questo fa ancora più male considerando che per molti secoli il nostro paese è stato il punto di riferimento per grandi musicisti di tutto il mondo. Il discorso non si ferma alla musica classica.; chi vuole ascoltare musica dal vivo, che sia jazz o rock,  fa fatica qui da noi, ci sono pochissime opportunità rispetto a città come Londra, Parigi o Berlino, solo per rimanere in Europa. Sono quasi spariti anche i pianisti di piano bar e con loro i pianoforti, sostituiti da tastiere elettroniche su cui girano sequenze midi preimpostate. Per quanto riguarda questo periodo in particolare mi auguro che la musica, la letteratura e l’arte in genere abbiano contribuito ad alleviare la permanenza coatta nelle nostre abitazioni. Ci sono state molte sottoscrizioni a favore del nostro settore e spero che aiutino a focalizzare l’attenzione su un problema che però, per usare un termine quanto mai attuale, era già endemico prima del coronavirus.

Che ne pensa della dimensione creativa in epoca di distanziamento sociale?

Paradossalmente sono molto frequenti sviluppi artistici di rilievo dopo periodi di grande depressione. E’ un po’ nella natura umana dare il meglio di sé dopo aver vissuto il dramma, che sia una guerra o una pandemia. Noi Italiani in questo siamo maestri, per una serie di ragioni storiche abbiamo sempre reagito al meglio delle nostre possibilità solo dopo essere stati portati al limite. Nel concetto romantico dell’artista la sofferenza ha un ruolo cruciale ed è un fenomeno che si osserva non solo nell’arte ma anche in altri ambiti, pensiamo per esempio agli anni seguiti alla seconda guerra mondiale; sull’onda del piano Marshall l’Italia ha attraversato un periodo di rinascita e di ottimismo che pervadeva tutte le classi sociali. Sembra quasi che per sentirci così si debba prima toccare il fondo. E’ vero, l’arte deve essere provocatoria e scuotere gli animi ma segue anche i corsi e i ricorsi storici e lo fa con i suoi tempi . In questo senso sono certo che questo periodo, così unico nella sua drammaticità, avrà influenza anche sull’arte e sulla creatività in generale.

Stefano Mainetti e l’amore per la Musica.

Non provengo da una famiglia di musicisti. All’inizio, quando da bambino studiavo chitarra classica, i miei genitori erano felicissimi di questa scelta. Quando hanno cominciato a capire che della musica avrei voluto farne una professione le cose si sono un pò complicate. Ho dovuto proseguire gli studi classici e l’Università parallelamente al Conservatorio, finendo entrambi tardi, anche perché ho cominciato a lavorare molto presto; a vent’anni insegnavo musica alle magistrali e la sera suonavo nei locali. Proprio questa frequentazione notturna mi diede modo di avvicinarmi al mondo delle produzioni cinematografiche e pian piano, dallo scrivere musica per documentari sono passato alle colonne sonore per il cinema, il teatro e la televisione. Ho avuto la fortuna di aver scelto questo lavoro quando in Italia si producevano anche 400 pellicole l’anno e per un periodo scrivevo anche più di dieci colonne sonore in una stagione. Così non si può dire per i ragazzi di oggi che vedono questa professione sempre più ridotta all’osso; le produzioni sono molte di meno ed anche l’attenzione alla colonna sonora ha perso decisamente posizioni, non solo dal punto di vista economico. Questo è stato il motivo principale per cui nel 2017 insieme ad un pool di compositori Italiani abbiamo fondato l’ACMF, Associazione Compositori Musica per Film, che si occupa di rivalutare tutti gli aspetti artistici e non di questa categoria, che tanto ha dato alla storia dello spettacolo non solo Italiano. Infine, non chiedete mai  ad un compositore qual è la sua composizione che preferisce, perchè è un po’ come chiedere a un bambino se vuole più bene a mamma o papà; la composizione a cui tengo di più è sempre l’ultima, ed è un motivo per andare avanti sperando di fare sempre meglio e d’imparare sempre qualcosa di nuovo.