Ho due carriere, una prima e una dopo / di Gino Morabito

È entrato di diritto nella leggenda della musica italiana, il capitano coraggioso che getta il cuore oltre il palco, quell’uno su mille che ce la fa spronandoci a dare di più. Interprete a trecentosessanta gradi, appassionato di sport e fenomeno social, Gianni Morandi non si ferma e si reinventa ancora.

La prima volta in tivù è nel 1962. Sergio Endrigo canta Io che amo solo te.

Ancora oggi quella canzone mi fa venire i brividi. Mi ricorda di una ragazzina a Bellaria, Gianna. C’era un jukebox, ogni volta che lei arrivava mettevo dentro cinquanta lire, spingevo i tasti e partiva. A quel punto mi giravo dall’altra parte, mi vergognavo che si accorgesse che era dedicata a lei.

Il successo lo travolge come un’onda anomala negli anni Sessanta, quando tutta l’Italia si ferma per ascoltare la storia di un eterno ragazzo.

Allora in Italia c’era quel clima straordinario in cui si cominciava a intravedere qualcosa di positivo: l’economia andava meglio; compravamo la cinquecento, i frigoriferi, le prime televisioni.

Essere stato dentro ai tempi che cambiavano, quasi come esempio.

Non sono stato consapevolmente quello che dice: “Ora vi spiego io come si fa!”. Ero lì, ero testimone, ero uno di quei ragazzi entusiasti sempre col sorriso sulle labbra, perché la vita ci sorrideva. Cantavo canzoni allegre, brillanti, che rimandano molto a quell’epoca. Avevo diciassette anni quando ho fatto il primo disco.

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